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Attualità

Remigrazione: non basta il saluto romano

di Giuseppe Tiani -


John Fitzgerald Kennedy affermava che chi guarda solo al passato o al presente rischia di perdere il futuro. Entro questa visione andrebbe letto il Patto europeo su migrazione e asilo, da non consegnare agli estremismi. È questione di futuro, dunque di governo, giustizia, regole, diritti, doveri, rimpatri, integrazione possibile.

Il Patto europeo e la remigrazione

L’Europa si è data uno spartito comune dopo anni di improvvisazioni. Ma una materia così complessa non si governa né con la rimozione buonista né con la liturgia nera della nostalgia fascista. La manifestazione romana di sabato 13 giugno sulla “remigrazione”, attraversata da simboli, cori e gesti della destra estrema, dice che una minoranza del Paese pensa l’immigrazione non come questione di Stato, ma come identità tribale, non come problema da governare, ma come nemico.

Un Paese serio non governa i flussi migratori con il saluto romano, non invoca politiche pubbliche invocando il Duce. La frontiera è un luogo dello Stato, da presidiare con legalità, competenza e fermezza democratica. Per questo trovo povere e pericolose nella loro eco storica le posizioni del generale Vannacci, perché riproducono i riflessi peggiori del primo Novecento, quando la complessità sociale veniva ridotta a disciplina, esclusione, capro espiatorio e culto.

Anche per questo l’apertura del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi alla proposta del Foglio di un “patto repubblicano” sulla sicurezza non va liquidata come tattica, ma è politicamente rilevante. Da tempo insisto da queste pagine, sulla necessità di un patto di natura repubblican, capace di coinvolgere maggioranza, opposizioni, autonomie locali, magistratura e istituzioni dello Stato. Non un patto contro qualcuno, ma per governare ciò che oggi è più esposto alla propaganda, rimpatri, sicurezza urbana, immigrazione irregolare, integrazione, legalità, ordine pubblico, diritti e doveri.

Vigilare su radicalismi ed estremismi

Ma anche vigilare sui radicalismi e sugli estremismi di matrice religiosa che non vanno sottovalutati quando coltivano progetti di sottomissione della civiltà occidentale e delle sue libertà. Se la sicurezza è precondizione dell’esercizio della libertà, allora non può essere lasciata né ai cori fascisti né alla rimozione ideologica. Deve tornare nel perimetro dei nostri valori. La traccia di Italianieuropei sull’Italia immobile coglie un punto importante.

Discutiamo dei problemi reali senza costruire una visione strategica. Si parla di chiudere, espellere, respingere, ma molto meno di immigrazione legale, lavoro, integrazione, scuola, casa, crisi demografica. Si agita l’invasione, ma non si riforma lo Stato. Il Patto europeo non produrrà effetti sulle conferenze stampa, ma su Questure, Prefetture, Polizia di frontiera, uffici immigrazione, magistratura, enti locali, strutture di accoglienza e personale già sotto pressione. Ogni nuova procedura richiede uomini, competenze, interpreti, tecnologie, garanzie e coordinamento.

Il Viminale non è macchina del consenso

In questo è anacronistica l’ipotesi di sostituire il Ministro dell’Interno Piantedosi, come se il Viminale fosse macchina del consenso per leadership in affanno e non ministero chiave della nostra democrazia. Il Viminale non è il palco di una rivincita personale, regge forze di polizia, prefetti, questori, sindaci, ordine pubblico, sicurezza urbana, soccorso pubblico e protezione civile, immigrazione, amministrazioni locali e affari di culto. Ridurlo a leva di rilancio per una leadership in crisi significa minare l’autorevolezza della funzione.

Il tema evidenzia il limite delle due coalizioni. Parte della destra ha piegato l’immigrazione a liturgia identitaria, utile a mobilitare paura ma incapace di governare la complessità. La sinistra oscilla tra imbarazzo, moralismo e buonismo, priva di una elaborazione culturale connessa alla realtà, lasciando ad altri il monopolio emotivo della sicurezza. Servirebbe una rinnovata forza liberale e socialdemocratica, liberale perché fondata su persona, libertà, responsabilità e Stato di diritto; socialdemocratica perché sa legare sicurezza, diritti, lavoro, welfare, integrazione e giustizia sociale.

Integrazione come infrastruttura sociale

Per una cultura progressista dei diritti civili, rigorosa sui doveri ed esigente nell’integrazione. Chi non ha diritto a restare va rimpatriato con procedure certe; chi lavora, studia, rispetta le regole e contribuisce al Paese non può restare in un limbo privo di diritti. La sicurezza civile distingue, non urla e non si richiama all’inquietante primo Novecento. L’integrazione non è parola da salottini snob, è infrastruttura della sicurezza sociale, lingua, lavoro regolare, scuola, controlli, legalità, presenza pubblica.

Sostengo il contrasto all’immigrazione clandestina e politiche di integrazione dell’immigrazione regolare o di chi fugge da guerre e persecuzioni per ottenere protezione. I cittadini che chiedono protezione non chiedono autoritarismo, chiedono politiche per quartieri vivibili, mezzi pubblici senza inquietudine, istituzioni presenti. Ritengo offensivo invocare rispetto per le divise e lasciare i poliziotti con rinnovi contrattuali ostaggio di veti incrociati, retribuzioni insufficienti, straordinari pagati dopo anni, organici scoperti, uffici sovraccarichi, responsabilità crescenti ed esposte.

La sicurezza non si fa sulle spalle di chi è già sotto pressione, ma investendo sul lavoro dei poliziotti, sulla formazione, sulla tutela psicofisica, sulla capacità delle Autorità di PS e dei poliziotti, che rispondono sempre, come accaduto a Roma sabato scorso con una gestione ineccepibile. La capacità dello Stato non nasce dal pugno chiuso, né dal braccio teso, ma da amministrazioni che funzionano e personale gratificato. La nostra sicurezza non ha bisogno di nostalgie autoritarie, ma di confini governati, diritti garantiti, rimpatri efficaci, integrazione esigente, poliziotti valorizzati e cittadini liberati dalla paura.


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