Stupri, rapine, aggressioni: il silenzio complice di una stampa che protegge i carnefici e processa le vittime
Scorrete il vostro feed di Instagram per cinque minuti. Cinque minuti appena. Vi ritroverete davanti a un bollettino di guerra che di rado il telegiornale vi mostrerà in prima serata. Il problema è che quando accade ormai è provato troppe volte si cerca di mascherare l’origine dei delinquenti.
Un rifugiato iracheno investe e uccide Tamar, 14 anni, in Olanda — e la polizia mente sulla sua nazionalità per non alimentare, testuale, “l’effetto Wilders”. A Brescia, un bengalese di 29 anni violenta una bambina di 10 che rimane incinta: il giudice riqualifica il reato perché “non emergerebbero elementi oggettivi sufficienti a dimostrare l’uso di violenza” — cinque anni, per aver messo incinta una bambina di dieci.
A Venezia, un marocchino di 29 anni abusa di una quattordicenne in un parco: il tribunale lo libera con l’obbligo di firma. Ad Avezzano, un egiziano di 21 anni abusa di una sedicenne in strada, viene incastrato dal video di un passante e arrestato dai Carabinieri: il giorno dopo il giudice lo rimanda a casa perché, dice lui, “colpa dell’alcol”.
A Genova, un minorenne straniero terrorizza un intero quartiere finché i residenti esasperati decidono di farsi giustizia da soli — e forse sono loro che rischiano il processo. A Modena, donne separate dagli uomini in un’assemblea pubblica islamica, nella stessa città dove un islamico aveva già usato un’auto come arma contro i cristiani. A Vicenza — casa mia — un’infermiera viene colpita con un pugno al petto in ospedale da un extracomunitario già noto alle forze dell’ordine per essersi presentato in corsia con un coltello.
Ogni giorno. Ogni singolo giorno. Come un orologio che non si ferma mai.
E poi c’è Mario Roggero. Gioielliere, rapinato e massacrato nel 2015: risarcimento dello Stato, cento euro. Dopo la seconda rapina — quella in cui i malviventi ci hanno rimesso la vita — la famiglia riceve la richiesta di oltre tre milioni di euro dai parenti dei rapinatori. Lo Stato che dovrebbe proteggerlo lo trasforma in imputato morale. Il 15 luglio Roggero saprà quale destino lo aspetta. Noi lo sappiamo già: in questo Paese chi si difende è solo.
E poi c’è Cinzia Dal Pino, imprenditrice di Viareggio che ha ucciso il ladro che la stava rapinando: condannata a 18 anni. Il titolo sui social recita “Uccide il ladro marocchino per riprendersi la borsa” con il tono di chi descrive un crimine efferato, non una disperata reazione umana.
E poi c’è l’imprenditrice fiorentina rapinata per la quarta volta in 25 anni, con un bottino da 600mila euro: «Siamo già alla quarta volta», racconta sfatta davanti alla telecamera. Quattro volte. Nessuno le ha mai restituito niente.
Questo è il Paese reale. Quello che i social — con tutti i loro limiti — raccontano ogni giorno con una franchezza che molti, forse troppi colleghi della carta stampata e dei grandi network televisivi hanno smesso di praticare da tempo. E permettetemi di dire che non credo lo facciano tutti per distrazione o pigrizia professionale: una parte lo fa in malafede.
Lo fa perché dietro una parte consistente della politica c’è un interesse strutturale a che questa immigrazione continui, costi quel che costi — anche in termini di sicurezza dei cittadini. Chi governa quel consenso elettorale non può permettersi di ammettere che importare migliaia di persone senza selezione, senza integrazione e senza regole significa anche importare criminalità.
Allora si nasconde. Si omette la nazionalità. Si minimizza la pena. Si riqualifica il reato. Si libera il colpevole. Si processa la vittima. E una parte della stampa — quella che dovrebbe fare il cane da guardia del potere — fa lo struzzo.
Voglio essere chiaro, perché la chiarezza è la prima forma di rispetto verso chi legge: non tutti gli stranieri delinquono. Ma una parte significativa dei reati più gravi — stupri, rapine con violenza, aggressioni al personale sanitario, molestie sistematiche — viene commessa da soggetti che non avrebbero dovuto essere qui, o che avrebbero dovuto essere espulsi dopo il primo reato. Come si fece a suo tempo con la mafia — e ce ne volle di coraggio, di leggi speciali, di magistratura attrezzata — così serve oggi un approccio strutturato e senza ipocrisie: pene severissime per i reati commessi da chi è ospite nel nostro Paese, espulsione immediata dopo la condanna, tolleranza zero per chi reitera.
Il principio è semplice: se vieni in Italia e delinqui, le conseguenze devono essere tali da scoraggiarti per sempre dal rifarlo. Non l’obbligo di firma. Non cinque anni per la violenza su una bambina. Non cento euro di risarcimento a un gioielliere distrutto.
Permettetemi una nota personale. Due mesi fa sono stato vittima — io e la mia famiglia — di una rapina brutale. Sequestrati per oltre un’ora. Armi da fuoco. Lame da 25 centimetri. Danno economico ingente, danno psicologico ancora più grave.
Ho fatto il parlamentare: so come si fanno le leggi, conosco le istituzioni dall’interno. Sono fuori da quindici anni. Ma quello che ho vissuto in quell’ora, e quello che leggo ogni giorno nelle storie di Roggero, di Dal Pino, delle vittime di Venezia, Brescia, Avezzano, Genova, Vicenza, mi dice che questo Paese ha perso l’orientamento fondamentale: lo Stato esiste per proteggere i cittadini onesti, non per garantire l’impunità a chi li aggredisce. E sono pronto a tornare — a una condizione sola: che si torni a stare dalla parte giusta.
Manca circa un anno alle prossime elezioni. È il momento in cui le forze politiche devono smettere di essere ambigue e rispondere a una domanda semplice, diretta, senza scappatoie: state dalla parte dei cittadini o dalla parte dei delinquenti?
Non voglio promesse elettorali — ne ho sentite troppe. Voglio un patto scritto, verificabile, coraggioso, che metta la sicurezza degli italiani al primo posto dell’agenda di governo. Chi lo firma, merita il voto. Chi si sottrae, ha già scelto da che parte stare.
E questa volta non lo dimenticheremo.
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