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Il fucile, il pregiudizio e il vicolo cieco del “consenso”

La tragedia di Camaiore solleva il nodo dell'omofobia in famiglia: il ruolo della scuola e il vicolo cieco del consenso genitoriale sui diritti dei ragazzi

di Anna Tortora -


Un dettaglio drammatico, nella tragedia di Vado di Camaiore, scava un solco profondo tra la cronaca nera e la radiografia del nostro tempo. È quella frase, scritta quattro anni fa su un social network da Mirko Moriconi: «È brutto pensare che un padre ti preferisce morto che gay». Non era una profezia, era una diagnosi. Era la lucida consapevolezza di un ragazzo che vedeva l’ostilità domestica farsi destino.
Davanti al silenzio di quella casa di Vado di Camaiore, le parole della difesa suonano come l’ennesimo, doloroso tentativo di giustificare l’ingiustificabile.

Piero Moriconi parla di esasperazione, evoca lo spettro della tossicodipendenza del figlio e dipinge un quadro di violenze domestiche subite. È la classica strategia del fango: cercare nel passato della vittima una scusa per il carnefice. Ma i venti giorni di premeditazione contestati dalla Procura e quel fucile da caccia imbracciato contro il proprio sangue cancellano ogni ipotesi di disperazione, lasciando spazio solo alla realtà di un odio covato a lungo.

La Procura farà il suo lavoro, accerterà i fatti e verificherà le fragilità della vittima. È doveroso attendere i tre gradi di giudizio prima di emettere verdetti definitivi, ed è giusto che ogni dinamica di quel nucleo familiare venga sviscerata rigorosamente nelle aule di tribunale, senza processi sommari sulla stampa. Ma la politica e la società non possono permettersi il lusso di cadere nella trappola del depistaggio culturale. Anche se in quella casa vi fossero state reali zone d’ombra, resta il fatto che il rifiuto dell’identità di quel figlio è stato il brodo di coltura in cui è maturata la strage.

Un rifiuto così radicale da armare una mano contro il proprio sangue e contro la moglie, Kety, colpevole solo di aver fatto da scudo.

La scuola contro l’omofobia in famiglia: i diritti non si appaltano ai pregiudizi

Non è un caso che la reazione più netta sia arrivata dal Ministero dell’Istruzione. Quando Viale Trastevere mette nero su bianco che l’educazione al contrasto della violenza e della discriminazione di genere è obbligatoria e «non è soggetta al consenso informato delle famiglie», stabilisce un principio cardine. Ci dice che lo Stato non può appaltare i diritti civili e la sicurezza dei più giovani ai pregiudizi dei genitori. Perché quando la famiglia cessa di essere un rifugio e diventa il luogo del tribunale identitario, la scuola rimane l’ultimo presidio di cittadinanza.

La tragedia di Camaiore ricorda che l’omofobia e la violenza domestica non sono mai confinate tra le mura private, anzi interpellano lo spazio pubblico. Dimostra, inoltre, quanto sia rischioso considerare i genitori come gli unici arbitri di ciò che i figli debbano apprendere sul rispetto dell’altro. Quando la prevenzione viene frenata dai veti ideologici, si finisce per lasciare i soggetti più fragili senza alcuna rete di protezione, proprio laddove ne avrebbero più bisogno.

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