L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Sociale

In ricordo di Emilio Colombo

di Vincenzo Viti -


Il 24 giugno di tredici anni fa moriva Emilio Colombo, un lucano eccellente, figura di spicco di una grande generazione “repubblicana” iscritta nella storia del cattolicesimo democratico. Veniva a mancare (si usa dire “scompariva” per simulare un effetto drammaturgico) un grande leader che ha scritto e concorso a scrivere pagine di grande storia. Il riferimento allo “scomparire” non è banale.

Ha molto a che fare con il maneggio retrospettivo della memoria che si assegna un ruolo selettivo spesso amministrato in funzione di un catasto ideologico di cui ci sfuggono mappe e valori. In realtà Emilio Colombo sfuggiva al racconto demiurgico della figurazione populista del rito di strada o di Palazzo. Nessuno all’epoca lo “aveva visto arrivare”.

Né entrava in alcuna linea dinastica se non per il talento naturale e una eleganza eccentrica quasi britannica e una testa razionale nutrita delle culture che formarono un ceto giovane colto aperto sia alle sfide della nascente democrazia che del potere a cui essa chiamava la migliore intellettualità del tempo.

Il suo fu un cattolicesimo “educato” alle responsabilità della vita pubblica vissute partendo dalla Basilicata, regione piccola e intensa nel cuore della eterna questione meridionale ma custode di grandi tradizioni: dal nittismo, da un elevato pensiero giuridico e storico e insieme da una grande letteratura.

Colombo ha segnato intense stagioni della Democrazia Cristiana e ricoperto ruoli di assoluto rilievo, gestito le responsabilità della economia e guidato uno dei Governi della Repubblica. È stato un grande Ministro degli Esteri quando la politica internazionale incarnava storia e profilo di un Paese, ne rappresentava la identità profonda e la autorevolezza.

Ha guidato il Parlamento Europeo figurando fra i precursori di un europeismo come Patria e destino dello spirito pubblico nazionale. Ricevette il prezioso riconoscimento del premio Carlo Magno e in fondo ai suoi anni il premio Jean Monnet.

Fu infine Senatore a vita per i grandi meriti. Che dire di più? Mi chiedo e chiedo.

Possibile che un Paese che deve molto alla classe dirigente che “fece” la Repubblica e la rappresentò degnamente non trovi il tempo per evocarne gli spiriti più elevati, e al netto di pregiudizi e di inevitabili, soggettive fragilità? Così da testimoniare il valore della gratitudine?

Un Paese che non si sa riconoscere nella sua storia migliore non ha prospettiva di sopravvivere al declino.


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