Ad Ankara, uno sguardo che vale più di mille tweet
Ad Ankara, tra i tavoli rotondi della cena Nato voluta da Erdogan come esercizio di “food diplomacy”, si è consumato l’incontro più atteso delle ultime settimane: Giorgia Meloni si è seduta allo stesso tavolo di Donald Trump, non uno accanto all’altra ma abbastanza vicini da rendere quell’incrocio il più osservato del vertice.
Poche ore prima, il presidente americano aveva riacceso la polemica, definendo la premier “una brava persona” ma sostenendo che avesse sbagliato a non dare sostegno sulla vicenda iraniana. Parole soft nei toni, ma non prive di veleno: perché Meloni è stata l’unico leader citato esplicitamente durante la conferenza stampa di Ankara, e a Palazzo Chigi non è stata letta come un’apertura, quanto piuttosto come una strategia di insistenza.
E la premier, che risposta ha dato? Nessuna, se non quella che vale più di ogni discorso: tornata in hotel, ha liquidato i cronisti con un laconico “rapporti cordiali“, e a chi le chiedeva se ci fosse stato un chiarimento ha tagliato corto con un “vi ho già risposto” che di corto ha avuto solo la forma, non la sostanza.
Due parole, un tavolo condiviso a porte chiuse, e nessun bisogno di aggiungere altro: perché — come si dice — un bel tacer non fu mai scritto, e uno sguardo che non si concede vale più di mille dichiarazioni rilasciate a favore di taccuino.
Non è mancanza di rispetto verso un alleato storico, tutt’altro: la collaborazione tra Roma e Washington prosegue sui tavoli che contano, con l’incontro tra Tajani e Rubio a confermarlo.
È piuttosto la misura di chi sa distinguere l’alleanza dalla sudditanza, il rispetto dalla ruffianeria. Trump è un comunicatore fortissimo, un fenomeno mediatico che funziona benissimo in patria; ma il tono che scalda i comizi dell’Ohio non necessariamente scalda chi ha nelle vene sangue latino, chi ha imparato — da Craxi in avanti — che l’Italia non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, nemmeno dall’amico più potente.
E se un giorno servirà davvero un “restraining order”, ad Ankara si è visto bene chi lo sa tenere, senza bisogno di chiederlo: la distanza giusta, servita fredda, con un sorriso educato e uno sguardo che ha fatto capire la differenza tra essere potenti e, quando si sbaglia, diventare prepotenti.
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