Milano accoltella per gioco, Torino manda il poliziotto alla sbarra
L’estate restituisce alla sicurezza il suo significato concreto, quello delle strade, delle stazioni, dei porti, delle ferrovie, della movida e dei luoghi dove la vita ordinaria può diventare fragile. Più controlli nelle città d’arte, nelle mete turistiche e nei pubblici esercizi sono il modo con cui lo Stato prova ad arrivare prima del fatto. Questa è la cultura democratica della Polizia di Stato e dei poliziotti.
Non solo emergenza, ma un’istituzione civile che tutela la libertà e la vita quotidiana. Prendere un treno, sedersi in un bar, attraversare una piazza, tornare a casa senza paura sono diritti di libertà. La sicurezza non è il contrario della libertà, è la sua condizione.
Sicurezza, a Milano l’accoltellamento senza ragione
A Milano un uomo è stato accoltellato senza ragione apparente in zona San Siro. Il fermato, Lamin Saidilly, ventidue anni, avrebbe pronunciato parole gelide dopo l’aggressione, rivendicando il gesto e lasciando intendere di volerlo ripetere. La Procura procede per tentato omicidio. La vittima, secondo le cronache, sarebbe in miglioramento, ma resta la ferita civile della violenza gratuita che dilaga.
Se il coltello diventa passatempo e la strada smette di essere spazio comune, la società imbocca il viale della regressione civile. La nazionalità di chi commette crimini non può essere colpa, ma non può nemmeno diventare attenuante. Una democrazia liberale giudica fatti, condotte, responsabilità. Garantisce giusto processo, difesa, perizie e controperizie.
Ma deve impedire che la tecnica giudiziaria diventi incomprensibile, che la perizia appaia scorciatoia e che la vittima diventi un dettaglio del fascicolo. Se una persona colpisce senza motivo e promette di rifarlo, la giustizia è in grado di neutralizzare quel pericolo? Oppure si disperderà tra diagnosi, carte, tempi lunghi e responsabilità evaporate.
A Torino l’inchiesta per lancio di lacrimogeni
A Torino si consuma l’altra metà del problema. Un poliziotto è finito al centro dell’inchiesta per il lancio di un lacrimogeno durante il derby. Secondo le cronache, il pubblico ministero avrebbe chiesto i domiciliari, poi respinti dal Gip. Anche qui non si fanno processi sui giornali. Non si cancella la presunzione di innocenza, soprattutto per chi opera in condizioni estreme.
Se un cittadino è stato ferito, la verità va cercata. Ma era necessario trasformare subito l’operatore in simbolo pubblico negativo prima che traiettorie, ordini ricevuti, distanza, contesto operativo, immagini e perizie fossero chiariti? Non si chiede impunità per i poliziotti, si chiede misura. L’ordine pubblico non è un esercizio da scrivania. È un confine mobile fatto di pressione, decisioni immediate, strumenti delicati, rischi e responsabilità enormi. Chi sbaglia deve rispondere. Ma chi opera per conto dello Stato non può essere consegnato alla gogna prima che sia ricostruita la verità tecnica.
Altrimenti restano due solitudini, il cittadino ferito e il poliziotto imputato. La giustizia è tale quando è uguale, comprensibile e tempestiva. Diventa fragile quando il cittadino vede severità fulminea verso chi indossa una divisa e lentezza labirintica verso chi devasta la vita altrui. Può essere una percezione, ma le percezioni in democrazia sono il primo segnale della fiducia che si consuma. E quando la fiducia si consuma, cresce la richiesta di ordine senza limite e senza garanzie.
Sicurezza e giustizia: cosa serve
Servono riforme vere e condivise nel rapporto tra funzioni di sicurezza e giustizia. Non slogan, non giustizialismo a giorni alterni. Servono poteri chiari, responsabilità leggibili, perizie verificabili, pena effettiva, protezione delle vittime e tutela legale per gli operatori. Va rafforzata la catena civile della pubblica sicurezza, fondata sulla legge 121 del 1981, sul Ministro dell’Interno, sul Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, sulla Polizia di Stato, sui Prefetti, sui Questori e sui commissariati di pubblica sicurezza.
La prevenzione non nasce dalla confusione dei ruoli, né dal corporativismo, né dall’idea che la divisa fondi il potere. In democrazia la divisa serve cittadini e istituzioni, non sé stessa o il potere di chi la governa. In questi giorni è emerso un nodo che la politica non può più aggirare. Il Governo ha finanziato tre rinnovi contrattuali consecutivi, scelta importante e non scontata. Ma i veti incrociati del mondo militare rischiano di inceppare la valorizzazione stipendiale delle Polizie civili, con effetti che danneggiano le buste paga. E pesano sull’efficienza del servizio, sulla motivazione, sulla capacità di tenere il territorio.
Il sistema chiede da tempo più efficienza. Per questo bisogna separare in via definitiva le Polizie civili dalla Difesa, valorizzando funzioni diverse ma evitando sovrapposizioni, inefficienze e sprechi. Lo stesso vale per la presenza sul territorio e il pagamento dello straordinario arretrato. In passato è stato un errore ridurre presidi, chiudere uffici, allontanando lo Stato dai luoghi dove cresceva la domanda di sicurezza.
La prossimità non si proclama, si organizza. I commissariati vanno rafforzati e riaperti dove servono, secondo le valutazioni del Ministro dell’Interno, massima autorità politica della sicurezza, non di altri. Il controllo del territorio ha bisogno di personale, straordinari, tecnologia e banche dati funzionanti. I cittadini devono avere punti di riferimento certi, come commissariati e questure, aperti giorno e notte. Milano e Torino ci consegnano una lezione.
Se la violazione dell’alt della Polizia viene derubricata a consiglio, se il coltello diventa gioco, se la pena appare remota, se il poliziotto resta solo sulla strada e il cittadino solo nella paura, il sistema non tiene più. La sicurezza richiede presenza, responsabilità e limite. Non sulla carta, con presidi inefficienti, ma nella realtà quotidiana della Repubblica.
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