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Attualità

Oltre i maranza, il nuovo confine della giustizia e della responsabilità

La legge che cambia insieme alla società: la stretta del governo cambia la giustizia minorile

di Eleonora Ciaffoloni -


Un diciassettenne, a Bari Sardo, uccide un coetaneo per vendetta. Un tredicenne a Bergamo accoltella la propria insegnante e trasmette tutto in diretta sui social. A Taranto un gruppo di giovanissimi massacra di botte un bracciante straniero. A Massa un branco, con un minorenne, provoca la morte di un uomo intervenuto per difendere una vittima. Sette adolescenti di una baby gang fanno di Salerno il teatro delle proprie spedizioni punitive. Sono solo alcuni esempi, tra i più recenti, che fotografano una tendenza in crescita nel nostro Paese: quella della violenza giovanile.

Sono storie diverse, maturate in contesti differenti, ma che non possono essere ricondotte a un’unica spiegazione. Dietro il racconto di cronaca c’è spesso il disagio sociale, familiare o educativo. Ma c’è anche un altro elemento che non si può ignorare, che è il reato. Un reato con cui la giustizia, le istituzioni e anche chi lo commette deve fare i conti, ma in modo diverso rispetto al passato. Perché la violenza giovanile è sempre esistita, certo.

Tuttavia oggi, chi commette questi reati, molto spesso, dimostra una consapevolezza piena delle proprie azioni. Pianifica, organizza, filma, condivide, rivendica. Non agisce più soltanto d’impulso, ma lo fa ben sapendo cosa sta facendo. E forse anche sapendo che pagherà, ma solo in parte. Un nuovo modo di vedere il mondo, una nuova società che, ad oggi, il legislatore non può guardare con gli stessi occhi di quarant’anni fa. Ed è qui che nasce la stretta approvata dal Consiglio dei ministri e subito ribattezzata “anti maranza”.

Un’espressione sensazionalistica che fotografa sì un fenomeno, ma che rischia anche di banalizzarlo. Perché la vera novità non riguarda un’etichetta, una sola categoria di persone da tenere sotto controllo, bensì il principio sul quale si fonda il diritto penale minorile. Per decenni l’ordinamento italiano ha considerato il minore tra i 14 e i 18 anni come un soggetto la cui capacità di intendere e di volere doveva essere accertata ogni volta.

Non bastava aver compiuto 14 anni per essere ritenuti imputabili. Il giudice era chiamato a verificare concretamente se il ragazzo fosse in grado di comprendere il significato delle proprie azioni e le loro conseguenze. Con questo provvedimento, spiega la premier Giorgia Meloni “quella capacità si presume sempre”. Significa “che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice, ma il punto di partenza cambia, prima si presumeva l’incapacità ora si presume la responsabilità”.

Infatti la norma approvata dal governo modifica l’articolo 98 del Codice penale introducendo una presunzione relativa di imputabilità. In altre parole, per chi ha compiuto 14 anni e non ha ancora raggiunto la maggiore età, la capacità di intendere e di volere viene presunta sempre, fino a prova contraria. Non sarà più necessario dimostrarla positivamente in ogni singolo procedimento. Sarà invece possibile escludere l’imputabilità soltanto quando dagli elementi raccolti emerga che il minore, al momento del fatto, non era realmente capace di comprendere il disvalore della propria condotta.

È un’inversione dell’onere dell’accertamento che, pur non modificando l’età dell’imputabilità né aumentando le pene, rende più rapido e lineare il processo. Non cambia, infatti, la soglia dei 14 anni e nemmeno il trattamento sanzionatorio, perché continua a essere prevista la diminuzione della pena per i minori imputabili. Cambia il criterio con cui si arriva a stabilire se quel ragazzo debba rispondere penalmente del proprio comportamento. Ed è questo il senso delle parole pronunciate da Meloni: “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”.

E lo stesso Carlo Nordio ha chiarito che la riforma “non abbassa l’età dell’imputabilità e non inasprisce le pene”, ma rappresenta il completamento di un percorso iniziato con il decreto Caivano. L’obiettivo, nelle intenzioni del governo, è adeguare la giustizia a una realtà nella quale una persona che commette un reato a 14, 15 o 16 anni è presumibilmente cosciente di quello che fa. Una scelta che già nell’immediato ha infiammato il dibattito.

Tuttavia, la questione nella sua ampiezza va oltre l’ambito ideologico. Perché una legge non risolverà il disagio minorile e nemmeno andrà a sostituzione di riferimenti come la scuola o la famiglia. Ma con nuove norme ci si può adeguare alla realtà, si può riconoscere che la società è cambiata e che, insieme ad essa, devono cambiare anche gli strumenti con cui la giustizia distingue chi deve essere chiamato a rispondere delle proprie responsabilità.


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