Primarie, il caos largo: Bettini invoca i garanti e la sinistra si perde nei gazebo
Mentre il centrodestra dimostra solidità istituzionale, nell’indefinito “campo largo” va in scena la quotidiana recita dei veti incrociati e delle formule cervellotiche per evitare lo scontro frontale tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Sullo sfondo di questa paralisi politica, l’ultimo capitolo del dibattito interno svela una coalizione incapace di trovare persino un accordo sulle regole elementari del confronto democratico.
Il tema, ancora una volta, è quello delle primarie: evocate come rito salvifico, brandite come totem democratico, ma puntualmente trasformate in terreno di scontro, sospetto e reciproca delegittimazione. E oggi al coro si aggiunge anche il dem Goffredo Bettini, che prova a indossare i panni del pompiere: ‘basta tarantelle – dice in sostanza – serve un team di garanti. Già questa immagine dice tutto. Se per mettere in piedi una consultazione politica servono i garanti, gli arbitri, i custodi e forse pure i caschi blu, significa che il problema non è il regolamento. È la totale assenza di fiducia tra i protagonisti.
Il punto è proprio questo, il cosiddetto campo progressista continua a inseguire l’aria per non affrontare il nodo politico. Le primarie dovrebbero servire a scegliere una leadership o a misurare una proposta. Qui, invece, sembrano diventare il trucco per evitare la resa dei conti tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, due linee incompatibili tenute insieme solo dall’avversione a Giorgia Meloni. Troppo poco per costruire un’alternativa credibile di governo.
In questo clima già surreale si inserisce anche Arturo Parisi, che attacca Roberto Speranza con parole che fotografano bene il livello del dibattito: “Mi ha fatto arrabbiare. Dentro un ragionamento pieno di spunti meritevoli, perché buttarla in vacca così?”. Naturalmente non poteva mancare il contributo del Movimento 5 Stelle, da sempre oscillante tra improvvisazione e moralismo a intermittenza. Il capogruppo alla Camera Ricciardi propone primarie aperte a chiunque, persino con voto online, senza preregistrazioni né tessere. Prima, però – aggiunge prudentemente – bisognerà individuare ‘principi e valori’. Dunque prima si vota chiunque, poi si capisce per cosa. È una sintesi quasi perfetta della parabola grillina. Procedura elevata a ideologia, organizzazione confusa con partecipazione, slogan scambiato per visione.
E infatti arriva anche la frase-manifesto, destinata a entrare nella galleria del delirio pentastellato: ‘Non dobbiamo essere l’argine a Meloni, dobbiamo essere il fiume’. Suggestiva, certo. Ma un fiume verso dove? Con quali idee comuni, con quale classe dirigente, con quale programma? Per ora si vede soprattutto una corrente impetuosa di distinguo, veti e ambizioni personali. Più che un fiume, un rigagnolo carsico che riemerge solo quando c’è da polemizzare con l’alleato del giorno prima.
Nel frattempo il governo Meloni, tra difficoltà reali e passaggi complessi, continua almeno a dare una direzione politica riconoscibile. È questo il punto che le opposizioni fingono di non capire: gli italiani possono anche criticare l’esecutivo, ma difficilmente si affidano a chi discute all’infinito sulle regole del gioco perché non riesce a mettersi d’accordo sui giocatori. Se l’alternativa è una coalizione che per scegliere il leader pensa ai garanti, ai candidati simbolici o al voto online senza identità, allora il problema non è la forza del governo. È la debolezza strutturale di chi dovrebbe sfidarlo.
Alla fine, più che costruire un progetto, a sinistra si continua a recitare una parte. Con Bettini che invoca ordine, Parisi che smaschera l’assurdo, Speranza che alimenta il cortocircuito e i 5 Stelle che la buttano in metafora fluviale. Ma la politica, prima o poi, presenta sempre il conto. E finché l’opposizione resterà intrappolata in queste distorte dinamiche, a Palazzo Chigi possono dormire sonni tranquilli.
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