L’ipotesi di un faccia a faccia tra Vladimir Putin, Donald Trump e Volodymyr Zelensky non è più una suggestione diplomatica ma un dossier concreto. Mosca, Washington e Kiev stanno lavorando a un possibile summit trilaterale che potrebbe ridefinire gli equilibri della guerra più sanguinosa combattuta sul continente europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale. A confermare che i contatti sono in corso è stato il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov. Le trattative per organizzare l’incontro esistono, ma la strada è ancora irta di ostacoli. “Il lavoro è in corso”, ha spiegato Ryabkov, precisando che “nessuna intesa definitiva” è stata ancora raggiunta. Una formula prudente che tradisce la complessità del negoziato e la profondità delle divergenze tra le parti.
Dove si potrebbe tenere il trilaterale
Sul tavolo c’è persino una possibile sede. Secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, Abu Dhabi è il luogo che viene discusso con maggiore insistenza per ospitare eventuali colloqui tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. Gli Emirati Arabi Uniti, già protagonisti di numerose mediazioni internazionali, si candidano così a diventare il teatro di un confronto destinato a incidere sul futuro dell’Europa e sugli assetti di sicurezza globali.
Dietro questa iniziativa c’è soprattutto la strategia della Casa Bianca. Donald Trump punta a presentarsi come l’uomo capace di fermare una guerra che né le sanzioni occidentali né le offensive militari sono riuscite a chiudere. Il suo inviato speciale Steve Witkoff si è recato in Russia per sondare la disponibilità del Cremlino a un vertice con Zelensky e lo stesso Trump. Una mossa che ha immediatamente acceso preoccupazioni a Kiev e nelle principali capitali europee. Da mesi, infatti, gli alleati dell’Ucraina osservano con crescente inquietudine il riavvicinamento tra Washington e Mosca. Il tycoon ha scelto di mantenere un dialogo diretto con Putin, spesso bypassando gli interlocutori europei e irritando il governo ucraino. Per molte cancellerie del continente il rischio è di ritrovarsi spettatrici.
Le difficoltà dell’Ue
Secondo Politico Europe, diversi governi dell’Unione stanno maturando la convinzione che Bruxelles debba individuare rapidamente un interlocutore politico autorevole da incaricare di un confronto diretto con Putin. Anche l’Italia tenta di ritagliarsi uno spazio nella partita. Da Podgorica, a margine del vertice del Processo di Berlino, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sostenuto con forza la necessità di arrivare a un incontro tra Putin, Zelensky e gli Stati Uniti. Ma il titolare della Farnesina ha fissato un principio politico preciso. Qualsiasi percorso diplomatico dovrà garantire una pace “giusta e duratura” senza trasformarsi nella certificazione della sconfitta ucraina. Un equilibrio delicato tra la necessità di fermare le ostilità e la volontà di non legittimare un cambiamento dei confini imposto con la forza.
Nel frattempo la guerra continua
Mentre la diplomazia si muove, il campo di battaglia continua a scandire i tempi della crisi. Il Ministero della Difesa russo ha annunciato un massiccio attacco contro infrastrutture considerate strategiche per lo sforzo bellico di Kiev. La replica ucraina non si è fatta attendere. Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha riferito che ben 630 droni si sono diretti verso la regione della capitale russa nella più grande offensiva di questo tipo registrata dall’inizio dell’anno.
Volodymyr Zelensky ha denunciato tre ondate di missili balistici contro la capitale e altre regioni ucraine, parlando di raid che hanno colpito edifici residenziali, infrastrutture energetiche, reti ferroviarie, centri commerciali e perfino un monastero. Il presidente ucraino ha scelto il sarcasmo per replicare alle recenti parole di Witkoff, che aveva elogiato il presunto “spirito umanitario” di Putin. “Tre ondate di missili dagli umanitari russi”, ha scritto sui social, trasformando una frase in un atto d’accusa politico contro Mosca e contro quanti, come Trump, ritengono possibile una rapida normalizzazione dei rapporti con il Cremlino.