Le quattro porte di Torino, le soglie di una città romana
Una delle porte e’ maestosamente visibile , un’altra è nascosta dentro Palazzo Madama, due sono scomparse con le trasformazioni urbane.
Nella nostra città la storia è presente ovunque, anche quando non si lascia riconoscere a prima vista. Ci camminiamo accanto, la attraversiamo ogni giorno, spesso senza immaginare che sotto le strade e dietro le facciate dei palazzi sopravvivono le tracce di un mondo di duemila anni fa. In piazza Cesare Augusto la Torino romana si mostra ancora nella sua imponenza; in piazza Castello è custodita dentro un palazzo che ha attraversato i secoli; altrove, nel reticolo delle vie del centro, la sua presenza si è fatta più discreta, fino a scomparire agli occhi. È la storia delle quattro porte di Augusta Taurinorum, la colonia fondata in età augustea, probabilmente tra il 25 e il 15 a.C. Le porte non erano semplici varchi nelle mura, ma punti di controllo, luoghi di passaggio per uomini, carri e merci, ma anche il segno concreto del confine tra la città e il territorio circostante. Ripercorrerle significa attraversare Torino in modo diverso, riconoscendo nel presente la forma di una città antica. Vicino al Duomo e a Porta Palazzo, la Porta Palatina è la testimonianza più spettacolare della Torino romana. Le sue torri poligonali, alte e imponenti, incorniciano il corpo centrale, attraversato da quattro passaggi: due destinati ai carri e due ai pedoni.

Era l’ingresso settentrionale della colonia, una porta monumentale che assolveva a funzioni difensive, ma che esprimeva anche la dignità e l’organizzazione della città romana. La sua storia, tuttavia, non è stata sempre gloriosa, nei secoli la struttura venne riutilizzata, circondata da costruzioni e destinata anche a carcere. Gli interventi di recupero e restauro, avviati nell’Ottocento e proseguiti nel Novecento, contribuirono a restituirle spazio e visibilità e oggi, davanti ai suoi mattoni antichi, si può ancora intuire la solennità. In piazza Castello, invece, la storia romana si nasconde dietro una delle facciate più celebri di Torino, Palazzo Madama, con il suo scenografico prospetto barocco, custodisce, infatti, i resti di una porta monumentale dell’antica colonia, tradizionalmente identificata con la Porta Decumana, anche se le denominazioni e le attribuzioni delle porte romane sono state oggetto di discussione tra gli studiosi. Le strutture antiche comprendevano quattro passaggi e due torri poligonali, ma con il venir meno della funzione originaria, la porta non fu semplicemente abbandonata, ma inglobata in nuove costruzioni e adattata ad esigenze diverse e trasformata progressivamente in una struttura fortificata medievale. Il castello si sviluppò attorno a quel nucleo fino alle successive evoluzioni che hanno dato all’edificio l’aspetto attuale. È una delle storie più affascinanti della città, perché qui il passato non è stato soltanto conservato, è diventato parte integrante di un’altra architettura e per incontrarla occorre andare oltre ciò che appare, immaginando le forme più antiche dietro quelle che i secoli hanno sovrapposto. All’incrocio tra via Garibaldi e via della Consolata, nei pressi di piazza Savoia, sorgeva la Porta Segusina, l’accesso occidentale della città romana. Il nome, attestato nella tradizione medievale, richiama la direzione della strada verso Segusio, l’odierna Susa, e quindi verso le valli alpine: un passaggio che collegava la città con le vie di comunicazione dirette a occidente.

Anche dopo la fine dell’Impero, la porta continuò a essere un punto strategico e nel Medioevo venne utilizzata come struttura fortificata e fu legata alla presenza del potere politico. Nell’XI secolo vi abito’ Adelaide di Susa, figura di primo piano nella storia dinastica sabauda. La scomparsa della porta fu il risultato delle trasformazioni che interessarono la città nel Trecento. Durante i lavori promossi da Filippo d’Acaia per la costruzione del castello, le antiche strutture vennero smantellate e le pietre recuperate per nuove costruzioni. Oggi non rimangono resti monumentali visibili della porta, restano, invece, le strade e la trama urbana che permettono di ricostruirne idealmente la posizione. Tra via San Tommaso e via Santa Teresa si trovava la porta meridionale della colonia, tradizionalmente chiamata Porta Marmorea. All’inizio del Trecento la porta era già in rovina e le sue strutture furono smantellate per recuperare materiali utili alle nuove costruzioni. Di questa porta oggi non si vede più nulla, eppure, sapere che proprio qui si apriva uno degli ingressi di Augusta Taurinorum cambia il modo di guardare l’incrocio: ciò che sembra appartenere soltanto alla quotidianità contemporanea diventa il punto d’incontro tra due tempi lontanissimi.
La presenza romana in città non si esaurisce nei monumenti sopravvissuti, e’ leggibile nella trama regolare delle strade del centro storico, nell’orientamento degli assi urbani e nella disposizione degli isolati, che conservano ancora l’impronta dell’antico impianto. La Torino di oggi non coincide con Augusta Taurinorum, ma ne ha ereditato una parte della struttura, trasformandola nel corso dei secoli. E’ significativo il fatto che alcune delle testimonianze più importanti siano sopravvissute proprio grazie al loro riutilizzo, mentre altre siano scomparse per alimentare nuove costruzioni. Forse è proprio questa la lezione più interessante della Torino romana: il passato non è necessariamente ciò che rimane intatto, esposto allo sguardo e separato dalla vita quotidiana, può sopravvivere anche nelle forme che abbiamo ereditato senza conoscerne l’origine, negli spazi che attraversiamo distrattamente, nelle architetture che hanno cambiato volto più volte.
Maria La Barbera
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