Regalo di Compleanno
di Paolo Giordani*
Ci vorrà del tempo per capire se, come sembra, Donald J. Trump si è regalato, per l’ottantesimo compleanno (che festeggia domenica, alla Casa Bianca, con un evento di arti marziali equivalente moderno degli antichi ludi gladiatori) un “vero” accordo con l’Iran.
L’aggettivo è quanto mai necessario, perché l’intesa è già stata annunciata e smentita circa 40 volte (secondo i pazienti calcoli dei giornalisti) e perché sul programma nucleare un “vero” accordo richiede complesse garanzie e minuziosi controlli, che non possono entrare in un semplice Memorandum of understanding.
L’impressione, avvalorata dallo stupore dell’ignaro Netanyahu, è che la guerra sia stata “chiusa” frettolosamente così com’è iniziata. Dopo le prime settimane di conflitto si è capito che l’obiettivo primario del cambio di regime a Teheran, non dichiarato ma di decisiva portata geopolitica, non era realizzabile e il focus si è spostato sull’uranio arricchito e sugli sforzi iraniani di procurarsi la Bomba, mentre i nuovi leader dei pasdaran e della Repubblica islamica, subentrati ai vecchi capi assassinati dai bombardamenti israeliani e americani, scoprivano di avere già a disposizione un’arma ancora più efficace a livello globale: il blocco dello Stretto di Hormuz.
Nonostante la soverchiante superiorità militare, e i danni enormi inflitti al nemico, Stati Uniti e Israele hanno appreso direttamente sul campo l’ultima lezione della guerra moderna. Ne sa qualcosa anche Putin con l’Ucraina: grazie allo sviluppo tecnologico (droni, droni kamikaze e missili) il più debole può mettere in difficoltà i più forti, a maggior ragione se, come l’Iran, conta sulla geografia (una posizione strategica) e sulla storia (il lascito di una civiltà millenaria).
La rinuncia a dotarsi di armi nucleari, che a detta del tycoon rappresentava “il 95 per cento della questione”, era già implicita nell’accordo firmato dall’Iran con Obama e l’Unione europea nel 2015. Quell’intesa prevedeva tra l’altro, in cambio dell’eliminazione delle sanzioni, la riduzione del 98 per cento delle scorte di uranio arricchito, la rimozione di due terzi delle centrifughe operative, il limite del 3,67 per cento all’arricchimento dell’uranio (per uso militare si deve arrivare al 90 per cento). Quando la prima amministrazione Trump denunciò l’accordo, l’Iran, con tanto di certificato AIEA, lo stava rispettando. Poi è scattato il “liberi tutti” e siamo arrivati all’oggi.
Il memorandum che potrebbe essere firmato a Ginevra prevede 60 giorni di cessate il fuoco anche in Libano, l’allentamento delle sanzioni, la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, e un quadro di riferimento sulla questione nucleare, da approfondire entro due mesi. Il diavolo si nasconderà nei dettagli: a quanto pare, l’uranio sarà diluito in Iran.
Intanto, se le parti firmeranno il memorandum, potrà rifiatare un presidente con i sondaggi a terra, l’inflazione al 4,2 per cento e la benzina a 5 dollari al gallone, con i mondiali di calcio in casa, con le prime serie defezioni tra deputati e senatori repubblicani e il rischio di perdere molto male, a novembre, le elezioni di midterm.
*Presidente dell’istituto diplomatico internazionale
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