Il governo non si indebiterà per il riarmo, Bruxelles storce il naso: la trattativa per la flessibilità è già iniziata?
Piano Safe. Addio alle armi. Anzi, meglio: arrivederci al riarmo. L’Italia non ha sottoscritto l’adesione al piano. Non ancora, almeno. Ma è in buona, anzi ottima compagnia. Già, perché secondo i dati snocciolati dal portavoce Ue alla Difesa Thomas Regnier, sono soltanto cinque gli Stati membri che hanno deciso di sottoscrivere le linee di prestito (perché tali sono, non finanziamenti a fondo perduto come qualcuno s’ostina a far credere quando si parla di denari europei). Si tratta di Polonia, Lituana, Romania, Croazia e Belgio. Le prime tre, per evidenti ragioni di contiguità territoriale, non potevano di certo esimersi. La vicenda, però, non tradisce una totale rinuncia al riarmo. Anzi. La questione è più sottile. E fattuale.
Perché l’Italia ridimensiona il Piano Safe
Perché il governo, come continua a ribadire da tempo la premier Giorgia Meloni, ha un problema serissimo. Politico. Perché sarà sulle spalle di Palazzo Chigi che ricadranno le responsabilità delle scelte che si prendono a Berlaymont. Insomma, Ursula von der Leyen vuole riarmare l’Europa e non vuol (o non può?) scucire un solo euro sull’energia. “Come glielo spieghiamo ai cittadini?”, si chiede da tempo la premier. Senza ottenere risposta se non qualche reazione passivo-aggressiva, tipo il fissare le riunioni che (conterebbero) in Europa in date improbabili. Tipo il 2 giugno. “Come se chiamassero la Francia il 14 luglio”, ha sbuffato una fonte qualificata all’Adn Kronos. A Bruxelles, anzi a Berlino (che poi è più o meno lo stesso), son fatti così. A Roma, però, hanno trovato chi almeno ci prova a far sentire la voce delle necessità del Paese. E così, pre-allertato Tajani nel caso in cui non si trovasse un’altra data per l’E5, Meloni lascerà con ogni probabilità scadere i termini imposti dalla Commissione. Per poi presentare un’altra richiesta.
Un terzo dei fondi e Bruxelles storce il naso
Non più 14,9 miliardi. L’Italia, per le spese militari, ne prenderà (in prestito, ricordiamocelo ancora una volta) “solo” 5. Per capirci è meno di quanto la Polonia abbia già incassato solo per la prima rata del suo Piano Safe. A Varsavia, infatti, sono già andati 6,6 miliardi di euro. Va riconosciuto, però, che a favore del riarmo polacco (che si trova proprio sulla primissima linea di frontiera) sono stati stanziati ben 43,7 miliardi di euro. L’energia, nelle terre che furono difese dagli ussari alati, evidentemente è un problema ma fino a un certo punto: c’è (ancora) il carbone e ci sarà (domani) il nucleare.
Cosa è il Piano e quanto vale la strategia di riarmo Ue
Complessivamente, il piano Safe (ennesimo acronimo che sta per Security Action for Europe) conta su una dotazione finanziaria da 150 miliardi di euro. Nel corso dei mesi, sono stati 19 i Paesi che hanno proposto i loro piani a Bruxelles. Si tratta del primo passo della strategia da 800 miliardi di euro che rientra nel programma Readiness che punterebbe a riarmare l’Europa, per farla trovare pronta a fronteggiare ogni evenienza bellica, entro il 2030. Siamo nel 2026 ed è bastato chiudere (a singhiozzo) lo Stretto di Hormuz per mettere in ginocchio il Vecchio Continente. Le guerre, oggi come ai tempi di Silla e Marco Aurelio, si combattono prima con le economie funzionanti e solo dopo con le armi vere e proprie. Eppure a Bruxelles dovrebbero conoscerlo fin troppo bene il valore dei soldi.
Chi presta ha un potere (politico) su chi accetta i soldi
“Il Safe è una fonte di finanziamento, non è una spesa aggiuntiva, esattamente come il Pnrr”, ha detto in tv a Sky il senatore leghista Claudio Borghi. Che ha spiegato: “Significa che non è che se noi facciamo l’adesione al Safe abbiamo la possibilità di spendere più soldi. È semplicemente la scelta di finanziarsi indebitandosi con l’Unione Europea rispetto all’emissione dei Btp”. Ma c’è un risvolto politico. Che, poi, è il segreto di Pulcinella che in tanti, fin troppi, si ostinano per ragioni di bottega politica a non voler vedere: “Questa scelta ha un costo che è quello di consentire all’Unione Europea di sindacare su quello che facciamo con i soldi presi a prestito esattamente come il Pnrr”.
Cosa è successo col Pnrr
Già, perché l’Ue ha imposto le riforme ai Paesi membri, anche all’Italia, in cambio delle rate sganciate. Di volta in volta. In pratica, Bruxelles si è pagata due volte. La prima, appunto, imprimendo cambi di rotta su temi politici e sociali agli Stati. La seconda, invece, con la restituzione vera e propria del prestito che inizierà già nei prossimi anni. Non è un caso, dunque, se un Paese come la Spagna a un certo punto abbia deciso di rinunciare agli (ulteriori) soldi del “suo” Pnrr. E non è un caso se l’Italia, in feroce polemica con un’Ue che non sembra avere il polso della realtà, è pronta a deludere Ursula e a chiedere poco più di un quinto di quanto avrebbe dovuto. È una mossa politica e le trattative passano anche da qui. Addio alle armi. O, almeno, arrivederci al riarmo.