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Auto, alert Cina “codice rosso”: target 2030 shock

I loro brand hanno compiuto un balzo predatorio: la loro quota in Italia raddoppiata dal 3% al 6% in un anno, con una proiezione che punta dritta al cuore del sistema europeo

di Angelo Vitale -


Il tempo della discussione, scaduto: i dati presentati al #ForumAutoMotive 2026 certificano che l’industria dell’auto italiana non è più in una crisi ciclica, ma in una fase di occupazione commerciale permanente da parte della Cina.

Mentre il mercato nazionale flette, i brand cinesi hanno compiuto un balzo predatorio: la loro quota in Italia è raddoppiata dal 3% al 6% in soli dodici mesi, con una proiezione che punta dritta al cuore del sistema europeo.

L’orizzonte 2030: il sorpasso è scritto

Il dato più inquietante emerso dall’aggiornamento del Global Automotive Outlook di AlixPartners riguarda il brevissimo termine. Per la quota di mercato Ue si prevede che i produttori cinesi passeranno dal 9% attuale al 13% entro il 2030.

Sono volumi d’assalto. Un aumento netto di 0,8 milioni di veicoli cinesi immessi sulle strade europee in soli quattro anni.

Intanto, una stagnazione in Occidente. Questo aumento avverrà in un mercato europeo dai volumi piatti, ogni auto cinese venduta è un’auto europea in meno prodotta e acquistata.

La “colonizzazione” e il fattore rapidità

L’allarme al Forum sulla “colonizzazione del settore” trova conferma nella capacità dei fornitori di Pechino di operare con strutture snelle e Ai. Mentre l’Europa resta imbrigliata in un Green Deal dai metodi punitivi, giganti come BYD, Chery e Leapmotor stanno già localizzando la produzione nel continente, pronti a saturare una sovraccapacità produttiva che metterà definitivamente fuori mercato le fabbriche storiche italiane.

Senza una revisione immediata del quadro regolatorio, il 2030 segnerà la fine dell’auto come asset strategico del Made in Europe.


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