Credevamo che il mondo ci amasse, e invidiasse, per il fascino della nostra moda, per la bellezza, e potenza, delle nostre auto. Un po’ è ancora così. Ma il Made in Italy sta cambiando. Eccome. È da un anno (anzi, da quattro in realtà…) che ci diciamo l’ovvio. E cioè che viviamo un’epoca di profondi cambiamenti. Di solito, questo si dice per darsi il senso del tempo che passa. E per lodarci, a rischio di imbrodarci, che l’Italia entra in tutte le modernità, capace di essere al passo di ogni tempo. Questo tempo, però, è davvero difficile da seguire. Perché sta (davvero) cambiando tutto. Proprio mentre il mondo, e persino noi, avevamo fatto pace con l’idea dei dazi, la Corte Suprema ha riaperto la partita. Confermando, a onta dei Savonarola dei diritti à la carte, che gli Usa sono una democrazia. Ma mettendo il turbo al ciclone dell’incertezza.
Auto e moda, i numeri del flop
Ecco, le aziende avevano programmato il 2026 sapendo che avrebbero incontrato un certo tipo di tariffe. Oggi è tutto rimesso in discussione. E domani non si sa cosa accadrà. È, anche, per questo se Confindustria ha rivisto le stime. Il 2025 non è andato benissimo. Anzi, dal 2025 il Made in Italy è uscito diverso. Sì, diverso. Non c’è altra parola. Noi, abituati a credere (giustamente, per carità) che il mondo celebrasse le nostre automobili vestendo la nostra moda. Ebbene, noi, dobbiamo fare i conti con una realtà che è ben diversa. L’Italia, nel mondo, si fa conoscere (e apprezzare) per due cose: la farmaceutica e i metalli. Si tratta dei soli due settori, su 22, che crescono sia nel 2024 che nel 2025. Il primo, in particolare, ha registrato una crescita complessiva del 3,8 per cento. Focalizzata sull’export e, in particolare, quello verso gli Stati Uniti. Le esportazioni sono salite del 28,5% in un anno per un surplus commerciale pari a poco meno di 11,5 miliardi di euro. Verso gli States, gli affari sono saliti del 54% perché, prima che le tariffe diventassero reali, tutti gli importatori americani hanno fatto incetta di farmaci e prodotti italiani.
Le ragioni di un 2025 da dimenticare
Il metallurgico, invece, sale del 4% e sorride ai dazi (che rimangono, a onta di quanto deciso dalla Corte Suprema) mostrando una qual certa solidità. Chi sprofonda, invece, sono proprio auto e moda. La crisi dell’automotive è patente. E il business ha ceduto addirittura il 10,3%. Per quanto riguarda l’abbigliamento, oltre alle famiglie in bolletta, che tremano all’idea di spendere per la paura di nuovi rincari domani (Covid e crisi energetica hanno lasciato un trauma vero nelle tasche dei cittadini), flette pure l’export. Complessivamente, il comparto perde il 5,5 per cento in aggregato. Segnali non proprio incoraggianti, inoltre, arrivano dal settore della chimica. Si tratta dell’unico comparto che peggiora, nel 2025, più di quanto fatto nell’anno precedente. Il -2,6 per cento dell’anno passato è un problema che testimonia, meglio di ogni analisi, le gravissime sfide di fronte a cui si trova l’industria italiana. Dall’energia, che costa fin troppo e che diventa la materia prima inarrivabile. Al punto da costringere, in Italia come nel resto d’Europa, a una serie di conversioni forzate: dalle bioraffinerie (un cavallo di battaglia di Eni) agli accumulatori di energia.