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Cronaca

Bellavia e 104 nomi eccellenti: gli archivi che diventano potere

Il consulente di Report indagato dopo aver denunciato il furto di oltre un milione di dati dal suo sistema digitale

di Angelo Vitale -


Il caso Bellavia: 104 nomi eccellenti. gli archivi che diventano potere. Marzo 2025: il commercialista, consulente tecnico di diverse Procure italiane e collaboratore della trasmissione Report, presenta denuncia contro una propria ex collaboratrice per la sottrazione di oltre un milione di file dal suo archivio informatico professionale.

L’ipotesi iniziale, accesso abusivo a sistema informatico e appropriazione indebita di dati. Un conflitto interno, apparentemente circoscritto. Ma l’analisi del materiale sequestrato fa emergere un documento di 36 pagine, privo di data, firma e protocollazione, contenente un elenco di 104 nomi di personalità del mondo politico, economico e istituzionale. È questo il detonatore, subito battezzato “papello”.

I nomi

Tra i 104 nomi eccellenti degli archivi di Bellavia, uomini di “potere”, l’ex ministro dell’Economia del governo Draghi Daniele Franco, gli ex presidenti del Consiglio Massimo D’Alema e Matteo Renzi, John Elkann, perfino l’attore e regista Luca Barbareschi, oltre a magistrati e dirigenti pubblici. La sola esistenza di un elenco strutturato, estratto da un archivio professionale e poi riemerso nel fascicolo giudiziario, basta a evocare la parola che in Italia pesa come piombo: dossieraggio.

Bellavia indagato

Il passaggio successivo cambia radicalmente il quadro. La Procura di Milano iscrive lo stesso Bellavia nel registro degli indagati per presunta violazione della normativa sulla privacy. Non per dossieraggio, dunque, ma per la modalità di conservazione e gestione di dati sensibili.

E Sigfrido Ranucci, su Facebook, precisa come l’indagine riguardi la privacy e non la costruzione di dossier. Una distinzione giuridicamente rilevante. Ma politicamente insufficiente a spegnere il sospetto che procede impetuoso. La razionalità non abita in questo tempo abituato a presentarci schieramenti contrapposti che se le danno di santa ragione.

La questione, ovviamente, non è custodita solo nella carte della Procura di Milano. A parer nostro, strutturale. Un consulente tecnico che lavora per le Procure e una trasmissione tv divenuta nota per fare le pulci a tutti i poteri del Paese, incrocia inevitabilmente nomi eccellenti. Gli archivi digitali accumulano anni di perizie, relazioni, atti processuali.

Un dibattito polarizzato

La presenza di figure pubbliche in un database non è, di per sé, indice di attività illecita. Ma la trasformazione di dati grezzi in un documento di sintesi separato dal contesto originario apre una zona grigia. In un sistema dove l’informazione è potere, la concentrazione di informazioni è potere moltiplicato. Il dibattito mediatico, come sempre, polarizzato.

L’alert su centrali di dossieraggio, con il contorno dell’etichetta da affibbiare ai protagonisti della vicenda. Poi, quasi una cauta attesa. Perché è difficile raccontare un intreccio tra giustizia, archivi digitali e nomi eccellenti senza scivolare nella suggestione che deve camminare di pari passo con l’attacco personale.

Un “quasi vuoto” che alimenta un clima di sospetto permanente. E quando la narrazione si svuota, resta l’ombra.

Il nodo centrale

Il nodo centrale, il conflitto tra privacy e interesse pubblico. La normativa italiana ed europea sulla protezione dei dati personali impone obblighi stringenti a chi conserva informazioni sensibili. La magistratura dovrà stabilire se vi siano state condotte illecite ma la domanda politica resta. Fino a che punto la tutela della privacy può impedire di discutere il funzionamento reale delle reti informative che attraversano magistratura, consulenze tecniche e media investigativi?

La trasparenza è un principio democratico. La protezione dei dati è un diritto fondamentale. Quando si scontrano, il sistema mostra le sue crepe. Il caso richiama inevitabilmente un precedente recente: l’inchiesta su Pasquale Striano, ufficiale della Guardia di Finanza accusato di aver effettuato accessi abusivi alle banche dati antiriciclaggio per consultare informazioni su politici, imprenditori e personaggi pubblici.

L’indagine ha attraversato mesi di clamore, audizioni parlamentari, tensioni istituzionali. Oggi procede nelle sedi giudiziarie competenti, ma l’impatto mediatico si è attenuato.

Il rischio è sempre lo stesso: scandalo, polarizzazione, poi sedimentazione nel silenzio.

Il consulente di Report non è come Striano ma…

Bellavia non è Striano. I contesti sono diversi, le contestazioni giuridiche non coincidono. Ma la traiettoria è simile. L’emersione di archivi, l’elenco di nomi eccellenti, il sospetto che dietro la gestione dei dati si annidi un potere informale capace di influenzare reputazioni e dinamiche pubbliche. In entrambi i casi, un sistema che si scopre vulnerabile.

In entrambi i casi, una risposta che appare più reattiva che preventiva. La verità giudiziaria richiederà tempo. L’esito dell’indagine stabilirà se vi sia stata effettiva violazione della privacy o se la conservazione dei file rientrasse nei limiti dell’attività professionale.

Un archivio del genere non è solo un deposito “tecnico”

Ma il punto non può esaurirsi lì. Un archivio digitale da oltre un milione di file non è soltanto un deposito tecnico. È una mappa delle relazioni tra potere economico, politica, magistratura e informazione. Quando quella mappa diventa oggetto di contesa, la fiducia pubblica vacilla. Non basta dire che si tratta “solo” di privacy. Non basta evocare il dossieraggio senza prove alimentato a fini politici.

Occorre interrogarsi su come vengono costruiti, custoditi e utilizzati gli archivi sensibili nel cuore dello Stato e dell’informazione investigativa. In un’epoca in cui i dati sono la materia prima del potere, ogni falla diventa potenzialmente sistemica. Se il caso Bellavia si risolverà in una disputa tecnica, sarà un’occasione mancata. Se invece costringerà le istituzioni e i media a definire confini chiari tra archivio professionale, uso legittimo delle informazioni e tutela dei diritti, allora avrà prodotto qualcosa di più di uno scontro mediatico.

Il vero rischio, non i nomi eccellenti in un file. Il pericolo, che ogni volta si reagisca con indignazione selettiva, per poi tornare all’opacità di sempre. In Italia la memoria degli scandali è breve. Ma la fragilità dei sistemi informativi resta duratura.


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