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Ambiente

Piano ripristino natura: la sfida verde, i timori del mondo agricolo

L'obiettivo è ripristinare il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030. Cosa sta facendo il Mase

di Angelo Vitale -


Si chiama Piano di ripristino della natura. Non solo un atto legislativo, ma l’architrave di una nuova visione del territorio che impone agli Stati membri, anche all’Italia, di passare dalla semplice conservazione al ripristino attivo. Nasce dall’urgenza di rispondere a un dato allarmante: oltre l’80% degli habitat europei versa in condizioni di degrado.

Il Piano ripristino natura: cosa è

L’obiettivo è ripristinare il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030, una missione che per l’Italia significa intervenire su ecosistemi che spaziano dalle vette alpine alle praterie di posidonia nei fondali mediterranei.

L’iter legislativo e attuativo italiano sta seguendo un percorso complesso, caratterizzato da uno slittamento temporale che riflette la difficoltà di armonizzare le esigenze ecologiche con quelle economiche.

Sebbene inizialmente si parlasse di scadenze imminenti già per il 2024-2025, la realtà tecnica ha imposto un calendario più dilatato. Attualmente, il Mase, supportato tecnicamente dall’Ispra, è impegnato nella fase di mappatura e raccolta delle misure. La tabella di marcia ufficiale fissa ora a settembre il termine per la presentazione della prima bozza del Piano alla Commissione Europea.

Questo intervallo non è un semplice ritardo burocratico, ma il tempo necessario per costruire un inventario di interventi che devono essere realistici, finanziabili e misurabili, con la consegna della versione definitiva del Piano entro l’autunno dell’anno prossimo, dopo un ciclo di revisioni e consultazioni pubbliche che coinvolgeranno l’intera società civile.

Pichetto: “Equilibrio critico”

In questo contesto, la figura del ministro Gilberto Pichetto Fratin centrale nel definire la postura dell’Italia. Da lui, una linea di “equilibrio critico”. Pichetto Fratin ha più volte ribadito, in Italia e a Bruxelles, che l’Italia non mette in discussione la necessità di tutelare la biodiversità, ma contesta la rigidità di alcuni vincoli che potrebbero penalizzare il sistema agricolo nazionale.

Il ministro ha dichiarato esplicitamente che il Piano deve essere “sostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale ed economico”, sottolineando come la protezione della natura non debba tradursi in una deindustrializzazione o in un abbandono forzato delle terre coltivate. Le sue parole riflettono la preoccupazione per gli oneri amministrativi e la necessità di flessibilità, chiedendo che il ripristino sia un’opportunità di sviluppo e non un vincolo punitivo.

Le ragioni del conflitto

Il conflitto generato da questa norma ha radici profonde e si manifesta su due livelli: uno politico-istituzionale in sede europea e uno sociale-categoriale in ambito nazionale. A Bruxelles, il regolamento ha rischiato più volte il naufragio, osteggiato da una coalizione che temeva per la sicurezza alimentare e la sovranità agricola. In Italia, la frattura si è consumata tra il mondo dell’associazionismo ambientale e quello delle confederazioni agricole.

Il “dissidio” nasce dalla distribuzione temporale e settoriale di questi numeri. I costi sono immediati e spesso a carico degli agricoltori, mentre i benefici sono collettivi e diluiti nel tempo.

Gli ambientalisti, forti dei dati scientifici, ricordano che il costo dell’inazione è di gran lunga superiore a quello del ripristino. Secondo le stime, ogni euro investito nel ripristino della natura può generare un ritorno economico compreso tra gli 8 e i 38 euro. Mentre, nel nostro Paese, la sola perdita di biodiversità costa già circa 3 miliardi di euro l’anno. Proseguendo con il degrado attuale, il rischio è di perdere 60 miliardi di euro entro il 2050.

Di contro, il mondo agricolo solleva criticità sostanziali legate alla gestione delle zone umide e dei suoli organici, temendo che la rinaturalizzazione forzata sottragga ettari preziosi alla produzione alimentare in un momento di forte instabilità geopolitica.

Il campo d’azione

Entrando nel dettaglio tecnico, emerge quanto sia vasto il campo d’azione. L’Italia deve affrontare il ripristino di circa 600mila ettari di zone umide e intervenire su migliaia di chilometri di fiumi per rimuovere le barriere che ne impediscono il naturale deflusso.

Il peso dei costi è uno dei nodi più intricati. I vantaggi a lungo termine sono stimati in miliardi di euro, i costi immediati per le opere di ingegneria naturalistica e per le compensazioni agli agricoltori richiedono una copertura finanziaria che superi l’attuale perimetro del Pnrr. Le criticità riguardano anche la “non deteriorabilità” delle aree ripristinate, un vincolo che spaventa i proprietari terrieri per la possibile perdita di valore commerciale dei suoli.

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Il Piano si configura quindi come un cantiere aperto, dove la sfida tecnica si intreccia con quella politica. La necessità di invertire il declino degli insetti impollinatori e di aumentare il verde urbano non sono solo vezzi ecologisti, ma necessità vitali per la resilienza delle nostre città e delle nostre campagne di fronte a siccità e ondate di calore sempre più frequenti.

La fase attuale sarà decisiva per capire se l’Italia riuscirà a trasformare questo obbligo normativo in una strategia di rilancio territoriale, capace di integrare la produzione agricola d’eccellenza con un capitale naturale rigenerato.

La dialettica tra le attese del ministro e le istanze dei territori rimane il cuore pulsante di una vicenda che segnerà assai probabilmente il volto del Paese per i prossimi trent’anni.


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