Andy Burnham non ha aspettato nemmeno un giro di lancette per far capire che il Labour, sotto di lui, cambierà pelle. Il nuovo premier vuole essere più laburista del suo predecessore Keir Starmer, quasi a voler recuperare quel popolo di sinistra che, dopo la vittoria sonante del 2024, si è ritrovato deluso, spaesato, disaffezionato. Un paradosso politico. Un partito che vince, un leader che perde consenso, un Paese che chiede un’altra voce. Il “Re del Nord” ha deciso di offrirgliela.
La composizione del nuovo esecutivo
La composizione del governo è il suo primo colpo di scalpello. I fedelissimi di Starmer, David Lammy, Rachel Reeves e Peter Kyle, sono stati accompagnati alla porta. Il nuovo inquilino del numero 10 di Downing Street ha richiamato, invece, figure che il precedente premier “tiepido” aveva marginalizzato. Il quartetto è di peso: John Healey allo Scacchiere, Ed Miliband agli Esteri, Wes Streeting alla Difesa, Louise Haigh al Cabinet Office. Una squadra che sembra uscita da un manuale di socialdemocrazia militante, più politica che manageriale, più identitaria che tecnocratica. Una sorta dichiarazione d’intenti: il Labour torna ad essere il Labour.
Il primo provvedimento bandiera di Andy Burnham
Poi la mossa sulle bollette elettriche, la prima vera scossa. L’ex sindaco di Manchester ha annunciato l’abolizione dell’Iva sull’elettricità domestica, un intervento che vale 45 sterline l’anno per famiglia. Non è la cifra a contare, ma il messaggio. Lo Stato torna a mettere le mani dove il mercato ha fallito. E lo fa cancellando un progetto simbolo dell’era Starmer, il sistema di identità digitale da 1,8 miliardi. Una scelta che suona come un “reset” politico, un taglio netto con la stagione precedente.
Linea interna e rapporti esterni
Il nuovo premier ha ribadito questa linea nel suo primo Consiglio dei ministri. Ai suoi ministri ha chiesto di esaminare “tutti i modi possibili” per contribuire “con poco o tanto” alla riduzione della pressione del costo della vita. Ha parlato di “togliere un poco di pressione dalle spalle della gente”, di dare ai britannici “il senso che è in arrivo un aiuto”, di un esecutivo che deve “abbassare il costo della vita” come missione collettiva. Ogni dicastero deve produrre sollievo immediato, ogni ministro deve diventare un ingegnere del quotidiano.
Sul fronte internazionale, Burnham ha iniziato a muoversi con grande rapidità. Ha telefonato a Donald Trump assicurando “difesa e sicurezza” agli alleati, un gesto che serve più a rassicurare Washington che a compiacere Westminster. Ha parlato con Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Mark Carney, Anthony Albanese, Ursula von der Leyen e Antonio Costa. Un giro di chiamate che ricostruisce la rete diplomatica come se volesse dimostrare che il Regno Unito, dopo anni di oscillazioni, è tornato un attore affidabile.
Il nuovo primo ministro ha ripetuto al presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky che “non ci sarà alcun cambiamento” nella linea britannica. Una promessa totale. La reazione russa è stata glaciale. Il Cremlino ha fatto sapere di non vedere “alcuna speranza” di miglioramento dei rapporti.
La moglie del nuovo premier britannico
Il racconto politico su Burnham non sarebbe completo senza la figura che gli cammina accanto, quella di Marie-France van Heel. La moglie del premier è un profilo che sfugge alle categorie tradizionali. Nata in Olanda, cresciuta in Belgio, “la ragazza più cool del college” a Cambridge, poi la tragedia familiare, con la morte nel 2010 della sorella Claire a 39 anni per un tumore. Un evento che la indusse a decidere di sottoporsi a una doppia mastectomia preventiva, dopo aver scoperto di essere portatrice del gene del cancro al seno. Una scelta che ha fatto discutere.
Da allora, van Heel è diventata donatrice di Cancer Research Uk, membro del board di Plan International, attiva con il Great Ormond Street Hospital, Marie Curie, Alzheimer’s Society. Ma è anche una manager di successo. Oggi è responsabile marketing di Iduna, la società che controlla gran parte della rete di ricarica per veicoli elettrici di Manchester.
Andy Burnham vuole rifare il Labour e ridisegnare il Paese. Un premier che non teme di prendere le distanze dal suo predecessore, né di rivendicare un’identità più riconoscibile. Se basterà a riconquistare un elettorato stanco e volatile, lo diranno i prossimi mesi.