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Campi Flegrei: la caldera non sa “leggere” e non si ferma mai

Finché la pianificazione urbanistica non farà i conti con la geologia, ogni decreto sarà un alibi

di Dave Hill Cirio -


Ieri mattina il porto di Pozzuoli nei Campi Flegrei si è svegliato sotto l’assedio della disperazione.

Il blocco dei varchi

Mel porto le grida di chi da giorni non ha più acqua né luce, le facce scavate di chi ha dormito in auto sono la cronaca di un collasso che va oltre le scosse di terremoto.

È il collasso dei servizi primari, ma soprattutto il fallimento di un’intera architettura di governo del territorio che per decenni ha finto di non vedere ciò che la terra urlava giorni fa con magnitudo 4.7.

La politica – nazionale, regionale e locale – ha risposto finora con la consueta aritmetica dei milioni.

Il ministro per la Protezione Civile, Nello Musumeci, rivendica le risorse per 550 milioni messe sul piatto. E ne annuncia di nuove, stanziamenti aggiuntivi per rincorrere l’emergenza. Ma proprio qui il racconto si è sempre incrinato.

Quale è la vera tragedia?

L’identità lo scrive da sempre. La vera tragedia dei Campi Flegrei non è la mancanza di fondi – visto che ben 40 milioni destinati ai costoni rocciosi giacevano già intatti nelle casse regionali mentre i macigni del Monte Olibano schiacciavano le auto – ma l’ostinata negazione della realtà geologica.

Bisogna avere il coraggio di dirlo, fuori dai denti e lontano dalle passerelle. La caldera dei Campi Flegrei non si spegnerà mai. Il bradisismo non è una “calamità naturale” passeggera, è il respiro fisiologico di un mostro sotterraneo che solleva il suolo da sempre.

Altri terremoti verranno, forse più forti, forse più vicini alla magnitudo 5 paventata dagli esperti.

Di fronte a questa certezza scientifica, la “commedia” dei decreti e dei sopralluoghi diventa quasi offensiva.

La “legge” della caldera che non si ferma

Il nodo scorsoio che stringe la gola di Pozzuoli, Bacoli e tutta l’area non è solo burocratico, è urbanistico. Per decenni, governi di ogni colore, amministrazioni regionali e uffici tecnici comunali hanno permesso una cementificazione sopra una terra che danza.

Musumeci oggi la definisce una gestione “criminale”: una verità tardiva che non risolve il paradosso flegreo.

La pianificazione adottata negli anni, nata sotto l’egida di un permesso a costruire o nelle pieghe dell’abusivismo più sfacciato, oggi confligge frontalmente con la natura stessa del luogo.

La rabbia dei residenti che ieri bloccavano il porto, urlando che le loro case sono “legittime” e che “hanno sempre pagato le tasse”, è un grido sacrosanto sul piano del contratto sociale, ma tragicamente irrilevante su quello della fisica.

Il vulcano non legge i bollettini postali né i certificati di agibilità.

Una casa costruita su una faglia o ai piedi di un costone trachitico instabile come quello di via Gerolomini rimane un pericolo, a prescindere dalla regolarità della sua particella catastale.

La sicurezza “impossibile”

Il diritto a restare, rivendicato con forza dagli sfollati del Parco Olivetti, si scontra con l’impossibilità fisica di garantire sicurezza in un territorio dove il suolo si deforma e i gas tossici, come l’anidride carbonica, risalgono dalle cantine non appena la terra trema.

Quello che manca oggi, mentre la Procura di Napoli acquisisce “carta” con il suo fascicolo Modello 45, non è l’ennesima perizia ingegneristica che ci dirà tra un anno perché quel muro è caduto.

Manca una verità politica brutale. Bisogna smetterla di promettere che con qualche milione di euro e un po’ di cemento armato si possa “vincere” contro la caldera. La prevenzione non può essere solo l’imbracatura di un costone dopo che è già franato.

Dovrebbe avvenire una revisione totale dei piani di evacuazione che oggi, con la galleria di Monte Olibano interrotta per i prossimi 45 giorni, appaiono per quello che sono: pezzi di carta privi di gambe reali.

I cittadini lo sanno

La protesta del porto è il sintomo di un territorio che non crede più alla narrazione della “convivenza vigile”. I cittadini sanno che, mentre lo Stato e la Regione si rimpallano la colpa sui 40 milioni non spesi, loro restano in una terra di mezzo: troppo “legittimi” per essere abbattuti, troppo in pericolo per essere rassicurati.

È il conto che decenni di ignavia politica presentano oggi a una popolazione stremata. I 550 milioni stanziati serviranno forse a tamponare le falle, a pagare qualche contributo di autonoma sistemazione o a riasfaltare via Fasano.

Ma non cancelleranno la domanda che nessuno osa formulare ad alta voce: quanto cemento ancora potrà reggere questa terra prima di arrendersi definitivamente al fuoco che vi cova sotto? Finché la pianificazione urbanistica non farà i conti con la geologia, ogni decreto sarà un alibi.

E il blocco del porto di ieri, l’ennesimo prologo di un nuovo finale che tutti conoscono e che nessuno ha il coraggio di evitare.


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