Come si riconosce una canzone “di destra” o “di sinistra”?
Un viaggio tra posture, abitudini e modi di stare al mondo più che tra ideologie
Per decenni ci siamo raccontati che il cantautorato italiano fosse “di sinistra”, e lo dicevamo con la stessa sicurezza con cui si commenta il tempo, tipo “eh, qui l’umidità ti entra nelle ossa”, perché era un modo comodo per mettere ordine in un mondo che ordine non ne aveva mai avuto. Bastava una chitarra, un paio di pantaloni a zampa e due immagini notturne buttate lì con l’aria di chi ha vissuto chissà cosa, sembrando uno che aveva qualcosa da dire anche se non era nemmeno vero, ma in quegli anni l’Italia era giovane, nervosa, piena di domande, e bastava davvero poco per sembrare impegnati o almeno per sembrare diversi.
Quel mondo si è sgonfiato piano piano, senza fare troppo rumore, e non perché la musica sia cambiata davvero, ma perché noi abbiamo cambiato orecchie, e adesso certe etichette ci scivolano addosso come adesivi vecchi sul motorino. Quelle categorie che allora sembravano solide oggi si sfaldano appena le guardi, perché erano figlie di un tempo in cui tutto sembrava schierato, anche le pause tra un verso e l’altro, e oggi non basta un tono grave per essere “impegnato”, né un ritornello deciso per essere “di destra”. Le canzoni non si dividono più per ideologia, si dividono per come entrano nella stanza, per l’aria che portano con sé, un po’ come quando senti due persone dire “sto bene”: una sembra pronta a fare un discorso, l’altra a sedersi in cerchio, e alla fine è la stessa frase ma due mondi diversi.
Due modi di mettersi in scena
La canzone “di centrodestra” si muove in verticale, non entra davvero, scende dall’alto, come uno che ha già deciso dove mettersi e come occupare lo spazio, ogni verso diventa un passo avanti, ogni respiro un mezzo proclama che non si giustifica, va dritto, quando parla trasforma la fatica in una medaglia, una prova di carattere, qualcosa da mostrare più che da condividere, come se il dolore fosse un attrezzo da palestra.
La canzone “di centrosinistra”, invece, si muove in orizzontale, non avanza davvero, si allarga, si distende, e ha quel tono che sembra cercare un appoggio, una mano, un “ci sei?”, e il “noi” arriva prima dell’“io”, come se la voce avesse bisogno di compagnia per non tremare. Non cerca il centro della scena ma un bordo da cui guardare insieme, e anche quando quel “noi” è più desiderio che realtà resta lì, come un invito gentile, un gesto che non pretende nulla.
E alla fine non è politica, è temperatura emotiva, è modo di stare nel suono, perché uno si compatta e l’altro si apre, uno vuole essere visto e l’altro vuole essere accolto, e noi, che siamo sempre stati bravi a complicarci la vita, leggiamo tutto questo come ideologia quando in realtà è solo carattere.
Quello che resta davvero
Alla fine la distinzione è un riflesso, un gioco di luce che non dice nulla sulle canzoni e molto su chi le ascolta, perché c’è chi ha bisogno di una linea che sale e chi di una linea che si allarga, chi cerca un punto fermo e chi una presenza accanto, e la musica non si schiera, non ha nessuna voglia di farlo, si adatta alla forma che abbiamo quel giorno, alla postura con cui entriamo nel mondo, e resta lì, sottopelle, come un promemoria silenzioso del fatto che non è questione di destra o sinistra, ma del modo in cui ci riconosciamo in un suono che ci assomiglia più di quanto ci piaccia ammettere.
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