Il mondo delle imprese boccia un’opposizione divisa su tutto
Valerio De Molli. ©ANSA
Che gli imprenditori siano a favore del governo – o meglio, dei governi – non è una novità. Lo ha detto a chiare lettere l’ad di Ambrosetti Valerio De Molli che ha confermato come in 52 anni del celebre Forum dai sondaggi svolti tra gli imprenditori in platea a Cernobbio è sempre emersa una linea filogovernativa. Dai tempi di Berlusconi agli anni di Conte, passando per quelli di Prodi. Giorgia Meloni non fa eccezione. E fin qui nessuna novità. Piuttosto, a guardar bene, la conferma che temi tipicamente di sinistra come la redistribuzione del reddito, la patrimoniale, i contributi da imporre a chi ha di più per aiutare chi sta peggio, l’ambientalismo sfrenato e ideologizzato, sono buoni solo – e neanche è detto – in campagna elettorale. Perché poi nessuno, anche quando vince le elezioni, li attua, ovviamente.
Non una grande novità a guardare la distanza che notoriamente separa i programmi elettorali dei partiti dalle politiche dei governi. Una sorta di pubblicità ingannevole e neanche troppo, perché tutti sanno che una cosa è scrivere un libro dei sogni e un’altra è compiere scelte facendo attenzione a non far saltare i conti pubblici. Il tessuto produttivo del Paese ne è certamente consapevole, probabilmente più e meglio di altri. E allo stesso tempo è ben conscio di come stabilità e continuità dei governi rappresentano condizioni essenziali per programmare investimenti e crescita. Forse è proprio per questo che è sempre filogovernativo. E al di là del colore politico di chi siede a Palazzo Chigi, vorrebbe che la sua permanenza in carica durasse quanto più a lungo possibile, anche per più mandati.
Il vero problema non è la destra, è un’opposizione senza sintesi
Il dato che, invece, fa riflettere di più è quello relativo a come il mondo imprenditoriale presente quest’anno a Cernobbio percepisce in questa fase l’opposizione. Frammentata, disunita, eccessivamente variegata proprio sui dossier più importanti per il futuro. Una dinamica, confermata dalle cronache e dalle analisi politiche, che viene interpretata come preoccupante dal punto di vista economico. Questo perché il fronte alternativo al centrodestra, la cui compagine è, oltretutto, ancora in fase di definizione, dà l’idea di arrancare sulle grandi scelte strategiche. Manca di capacità di sintesi. E questo vale per la politica estera, per quella energetica, per quella economica e, in generale, per tutte quelle scelte che sono alla base di investimenti strutturali. Temi come la collocazione sullo scacchiere internazionale, l’energia in un momento storico delicato come quello attuale, la pressione fiscale e le grandi opere, impattano direttamente sull’idea di Paese che si intende trasmettere.
E il fatto che non se ne intraveda una comune impatta direttamente sulla credibilità e l’affidabilità di un centrosinistra che appare allo sbando agli occhi degli osservatori del mondo produttivo italiani e non. In questo contesto, la guerra per la leadership che tanto appassiona il dibattito pubblico appare come banalmente irrilevante agli occhi di chi rappresenta il tessuto produttivo italiano. Per costruire un’alternativa credibile non basta trovare un accordo sulle candidature alla premiership o sulle alleanze elettorali. Serve dimostrare di poter governare insieme. Perché il messaggio che arriva dalle imprese è semplice e resta invariato nel tempo: il sistema produttivo può convivere con qualsiasi governo, ma con l’incertezza permanente. E, invece, tra le forze di opposizione, il tentativo di mettere in piedi uno schieramento il cui unico tratto comune è l’obiettivo di avere la meglio sul centrodestra alle elezioni diventa proprio il fattore di maggiore incertezza.
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