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L’Unabomber italiano: il terrore della porta accanto

Il tech facile "fai da te": una stampante 3D per costruire le armi, i social e la Rete per ideare gli attentati

di Angelo Vitale -

L'attività di indagine, coordinata dalla Procura distrettuale antiterrorismo dell'Aquila, ha permesso di accertare che l'arrestato, appartenente alla corrente anarchica di stampo primitivista e accelerazionista, forniva istruzioni per via informatica e telematica sulla preparazione in casa di armi e munizioni, anche con l'utilizzo di stampanti 3D, nonché di materiali esplosivi da utilizzare con modalità terroristiche per il sabotaggio di servizi pubblici essenziali


Chi è l’Unabomber italiano: il terrore “della porta accanto”

Esattamente trent’anni dopo lo storico arresto di Theodore Kaczynski nel Montana, il fantasma di Unabomber, il “terrorista solitario”, torna a manifestarsi in Italia. All’alba, le manette degli agenti della Digos dell’Aquila e delle unità di sicurezza cibernetica, sono state messe ai polsi di un uomo residente a Teramo, accusato di pianificare attacchi terroristici ispirati alla dottrina dell’anarco-primitivismo. L’arresto svela una nuova frontiera della minaccia, dove il “tech facile del dark” incontra l’odio viscerale per il sistema digitale.

L’Unabomber in Italia, trent’anni dopo

L’aspetto più sconcertante emerso dall’inchiesta coordinata dalla Procura Distrettuale Antiterrorismo dell’Aquila è l’uso spregiudicato della tecnologia per combattere proprio la tecnologia. L’indagato, un cittadino italiano radicalizzato online, non agiva come i vecchi bombaroli degli anni ’70. La sua “arma” principale era una stampante 3D.

Secondo gli inquirenti, l’uomo forniva istruzioni telematiche precise per la produzione domestica di armi, munizioni ed esplosivi. Attraverso il download di file di progettazione, chiunque avrebbe potuto trasformare plastica e componenti meccaniche reperibili in ferramenta in strumenti di morte. Pistole e fucili “ghost”, armi prive di matricola, impossibili da tracciare e assemblate in un garage. In più, manuali dettagliati per colpire bersagli critici, dai ripetitori telefonici alle centraline elettriche.

Il terrore “della porta accanto”

È il trionfo del “do it yourself” del terrore: una democratizzazione della violenza che non necessita più di basi logistiche o fornitori clandestini, ma solo di un computer e una buona dose di fanatismo. Condito dall’eredità pesante di Theodore Kaczynski, l’originale Unabomber catturato nel 1996. Trent’anni dopo, il sospettato di Teramo sembra averne raccolto il testimone ideologico, aggiornandolo all’era dell’intelligenza artificiale e della sorveglianza globale.

Gravitava attorno a correnti anarco-primitiviste e accelerazioniste. La sua filosofia? Il sistema tecnologico è una gabbia che va distrutta per restituire l’uomo alla sua natura originaria. Ma a differenza di Kaczynski, che viveva isolato in una baracca senza elettricità, l’anarchico di Teramo usava la rete per diffondere il suo verbo. “Non basta colpire le persone, bisogna spegnere il cervello del sistema,” si legge in uno dei proclami che circolano in rete.

I bersagli individuati erano ambiziosi e di portata internazionale: data center, i nodi centrali dove risiedono i nostri dati personali e finanziari; poi, società di gestione patrimoniale, simboli del capitalismo speculativo americano. E ancora, infrastrutture di rete, per provocare un blackout digitale totale.

Tradito dalla tecnologia che voleva combattere

Mentre l’indagato predicava la fine dell’era digitale, è stata proprio la sua “impronta digitale” a tradirlo. La Digos e la Polizia Postale hanno monitorato per mesi i canali crittografati dove circolavano manuali e foto di uomini armati e travisati. Canali social che arrivano a “fidelizzare” decine di migliaia di aderenti. È il mare magnum del “dark web” della porta accanto.

L’inchiesta rivela che la radicalizzazione non è avvenuta in oscuri scantinati, ma nell’ecosistema transnazionale dei social media e delle chat di messaggistica istantanea. Qui, l’arrestato fungeva da vero e proprio “istruttore”, un nodo centrale di una rete che incitava alla ribellione violenta contro le democrazie liberali. Propaganda e apologia, il suo metodo. Messaggi d’odio e immagini simboliche venivano utilizzati per reclutare o ispirare altri “lupi solitari”.

Un punto a favore dello Stato

L’intervento preventivo delle forze dell’ordine ha fermato tutto questo, prima che il sangue inseguito sul web e sui social divenisse reale. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è scattata proprio per prevenire il passaggio dalla teoria alla pratica, evidenziando la pericolosità di un soggetto capace di muoversi agilmente tra il mondo fisico e quello virtuale.

In questa rete, ove l’odio intraprende le strade delle più diverse ideologie e filosofie, si gioca da tempo la nuova sfida di un terrorismo sempre più “liquido”. Il caso di Teramo ci mette di fronte a una realtà nuda e cruda: il terrorismo del 2026 è ibrido. Non serve più una rete organizzata o un’ideologia complessa. Basta un’ossessione, un manifesto di trent’anni fa e la tecnologia a basso costo.

Con questo arresto, un nuovo punto a favore dello Stato, ma sempre maggiori interrogativi inquietanti sulla sicurezza delle nostre infrastrutture critiche e sulla facilità con cui la “conoscenza pericolosa” circola online.


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