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Giustizia

L’ermeneutica del post: quando la toga incontra il feed (e il codice di procedura)

Magistrati sui social e dibattito pubblico: la riflessione di Natalia Ceccarelli sul ruolo delle toghe e sulle critiche dopo il referendum sulla giustizia

di Anna Tortora -


La notizia del mandato ai legali conferito dal conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, nei confronti della magistrata Clementina Forleo riapre un dilemma mai sopito sui confini tra l’articolo 21 della Costituzione, la continentia espressiva e il ruolo delle toghe nell’arena mediatica.

In questo quadro, si inserisce una riflessione, affidata alla rete, della magistrata Natalia Ceccarelli:
“Leggo di giornalisti (opinionisti?) che si dolgono di una eccessiva esposizione mediatica dei magistrati che durante la campagna referendaria hanno sostenuto le ragioni del Sí alla riforma e me ne sorprendo. Non siamo macchinette che si accendono a comando. Gli organi di informazione e i comitati referendari hanno ampiamente attinto alla nostra esperienza sul campo per sostenere o contrastare le ragioni della riforma. Chi scrive innocui post sui social non e’ paragonabile a chi intesse rapporti occulti con la politica (di qualunque sponda, sia chiaro) e con l’informazione. Le nostre opinioni sulle disfunzioni del sistema giustizia sono le stesse di quella stagione referendaria. Saranno forse, intanto, cambiate le loro (degli opinionisti).”

Un’osservazione che centra la realtà del dibattito contemporaneo: se gli appartenenti all’ordine giudiziario partecipano al confronto pubblico rivendicando la propria esperienza sul campo, la vera questione diventa comprendere con quali criteri la giurisprudenza intenda tracciare la linea di demarcazione tra la legittima analisi e la potenziale lesione dell’onore altrui.

Tra libertà di pensiero e dogmatica della diffamazione

Dal punto di vista della teoria generale del diritto, la vicenda impone di distinguere tra la mera riproposizione di notizie già diffuse dalla stampa e la formulazione di interrogativi o commenti. Se da un lato l’articolo 21 tutela il diritto di critica e di opinione, dall’altro la giurisprudenza in materia di lesione dell’onore richiede che la rielaborazione rispetti i canoni di verità (anche solo putativa) e di continenza formale.

Il nodo politico-deontologico si fa fitto quando a digitare sullo smartphone è chi veste l’abito giurisdizionale. Ceccarelli coglie il punto quando segnala come l’apporto tecnico dei magistrati venga ampiamente sollecitato nel dibattito pubblico; al contempo, la dogmatica disciplinare della magistratura continua a richiedere un’attenta tutela dell’immagine di terzietà e imparzialità di fronte all’opinione pubblica.

Dalla dialettica referendaria alle aule di giustizia

Per chi ha sostenuto le ragioni della Riforma Nordio, vicende di questo tipo offrono un quadro emblematico delle interazioni tra istituzioni, informazione e bacheche digitali.

Ci si trova di fronte a un intreccio singolare, in cui i diversi ambiti della sfera pubblica si incontrano e si sovrappongono: il dibattito politico sollecita l’intervento dei magistrati, i magistrati commentano l’operato dei giornalisti sui social, e i giornalisti valutano le tutele legali di fronte alle affermazioni dei magistrati.

Spetterà agli organi competenti stabilire dove finisca la legittima manifestazione del pensiero e dove si entrino nei margini della rilevanza penale o disciplinare, confermando come il perimetro del diritto di critica rimanga uno dei capitoli più complessi del nostro ordinamento.

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