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Giustizia

Lo sceriffo di Nottingham veste la toga

di Alberto Filippi -


C’è un video che gira sui social in queste ore, e che qualcuno ha voluto rendere ancora più duro di quanto già non sia: il volto della giudice Cristina Bertotto, la sentenza che ha condannato un uomo alla galera e al risarcimento nei confronti di chi, quella notte, stava rubando in casa sua. Non useremo i toni di quel video, non ne abbiamo bisogno. Ma non possiamo far finta che il caso non esista, né che sia isolato.

Perché nello stesso mese in cui si discute di quella sentenza, ricordiamo ancora il risarcimento chiesto a Mario Roggero, il gioielliere che si è difeso da una rapina armata. Ricordiamo i cani soppressi per aver fatto quello per cui un cane è nato: difendere la casa dei propri padroni, mordendo chi in quella casa non doveva entrarci. Sono episodi diversi, contesti diversi, ma raccontano tutti la stessa distanza: quella tra il buon senso della gente comune e le sentenze di chi, in nome della legge, sembra aver smarrito la misura delle cose.

Non è un attacco alla magistratura in quanto tale, è un attacco a un sistema che si è disallineato dai cittadini che dovrebbe proteggere. E i cittadini, va detto con chiarezza, cominciano a esasperarsi — anche grazie ai social, che amplificano ogni ingiustizia percepita in tempo reale. Pagano le tasse e non si sentono tutelati, perché quelle tasse non finiscono in sicurezza ma si disperdono altrove, spesso per inseguire consenso elettorale.

La politica e il buon senso che i cittadini reclamano

E allora la politica dovrebbe interrogarsi su dove sta, davvero, il consenso. Non arriva dagli autovelox che fanno cassa. Non arriva da controlli spesso al limite delle regole europee e dello statuto del contribuente, imposti da chi ha scelto di vestire i panni dello sceriffo di Nottingham nei confronti di partite IVA e cittadini onesti. Non arriva da una sanità che peggiora, né da una scuola pubblica dove — diversamente da quando insegnanti severi trasmettevano rigore ed educazione — sono maranza e baby gang ad allenarsi tra i banchi prima di dominare strade e piazze.

La richiesta dei cittadini è semplice, ed è la stessa da anni: protezione dello Stato, investimenti veri in sicurezza, in forze di polizia e carabinieri. Non per controllare un disco orario scaduto, ma per fermare chi gira indisturbato compiendo rapine — spesso con un nome e un volto già noti alle forze dell’ordine, eppure lasciati liberi. Perché le carceri sono sovraffollate, perché non c’è più voglia di andarli a riprendere, perché tanto verranno rilasciati comunque. Perché basta dichiararsi alcolisti o tossicodipendenti, e fino a otto anni di pena si possono scontare ai domiciliari.

Chi scrive raramente attacca la politica. Lo fa oggi, perché i cittadini hanno bisogno di messaggi chiari e di regole nuove, capaci di dare finalmente voce a quel buon senso che il Paese sta gridando — ancora troppo educatamente, ancora troppo in silenzio.

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