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Politica

Cresce lo scontro politico sul pacchetto sicurezza

di Giuseppe Ariola -


Le nuove misure sulla sicurezza approvate dal governo restano al centro di un duro confronto politico e istituzionale. Lo scontro sul pacchetto sicurezza si è acceso con le opposizioni che denunciano il rischio di “norme liberticide”. La maggioranza, invece, rivendica il risultato come una risposta necessaria alle crescenti tensioni sull’ordine pubblico. Il testo, ora, dovrà passare al vaglio del Quirinale, nonostante le interlocuzioni della vigilia. Ma il governo guarda già al prossimo capitolo: un nuovo provvedimento sui migranti che potrebbe includere anche una forma di blocco navale.

L’attacco delle opposizioni

A guidare l’attacco delle opposizioni è Elly Schlein, che dalla direzione del Partito democratico ha lanciato un monito netto. “Non si usi quanto accaduto a Torino per giustificare nuove strette alle libertà democratiche” ha detto. La segretaria del Pd ha ribadito che la libertà di manifestazione è “un punto fondamentale della democrazia” e ha promesso una ferma opposizione a qualunque tentativo di repressione del dissenso. Ovviamente, accusando il governo di fare propaganda su un tema delicato come la sicurezza. Tra le norme più contestate c’è il fermo preventivo dei manifestanti ritenuti pericolosi. Su questo punto interviene duramente Giuseppe Conte, che parla di una misura tipica delle autocrazie, paragonandola a pratiche diffuse in Paesi come Russia e Cina. Secondo l’ex premier, i cittadini verrebbero fermati sulla base di una semplice valutazione delle forze di polizia. Il rischio sarebbe quello di comprimere il diritto alla protesta prima ancora di un vaglio giudiziario.

La linea della maggioranza

Dall’altra parte, la maggioranza difende compatta il pacchetto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilanciato sull’aumento della presenza militare nelle città, visitando i soldati impegnati nell’operazione Strade Sicure alla stazione di Rogoredo, a Milano. Qui ha annunciato l’arrivo dei carri leggeri Puma e ha ricordato che il decreto sicurezza prevede norme per velocizzare l’assunzione di nuovi agenti e rafforzare il presidio territoriale con migliaia di carabinieri ausiliari. “Non ci arrendiamo”, ha ribadito la premier. Sullo stesso fronte si colloca il presidente del Senato Ignazio La Russa, convinto che il fermo preventivo sia “doveroso” alla luce delle recenti tensioni sull’ordine pubblico. Il vicepremier Matteo Salvini difende invece gli interventi sul piano educativo, citando metal detector fuori dai licei, limiti alla vendita di coltelli ai minorenni e sequestri di veicoli per chi spaccia droga. Più istituzionale il tono dell’altro vicepremier Antonio Tajani, che richiama il rispetto della Costituzione ma sottolinea la necessità di dare risposte efficaci ai cittadini contro violenze e aggressioni.

Cosa alimenta lo scontro sul pacchetto sicurezza

Ad alimentare lo scontro sul pacchetto sicurezza sono state anche le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha evocato il rischio di un ritorno delle Brigate Rosse. Un riferimento giudicato “fuori scala” dal leader di Azione Carlo Calenda, secondo cui il contesto attuale non è paragonabile a quello degli anni Settanta. Nordio ha poi precisato di non temere davvero un ritorno del terrorismo, ma di voler evitare derive pericolose alla luce degli episodi di violenza recenti. Sullo sfondo anche le perplessità tecniche espresse dai penalisti. Il presidente dell’Unione Camere Penali Francesco Petrelli parla di una decretazione d’urgenza dal forte valore simbolico, più rassicurante che realmente efficace. Un giudizio che sintetizza bene il clima. Uno scontro politico e culturale destinato a proseguire, mentre il pacchetto sicurezza entra ora nella fase più delicata del suo percorso istituzionale.


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