Culle vuote, pensioni povere: l’Italia nella morsa
Il tasso di sostituzione crollerà da qui al 2060: lo scenario Censis-Confcooperative
L’Italia può vantare la spesa per le pensioni più alta d’Europa ma da qui a qualche decennio le cose cambieranno. In peggio. Già, perché il valore degli assegni pensionistici, da qui al 2060, rischia di crollare. È quanto è emerso dal focus di Censis Confcooperative sul futuro delle pensioni e sugli scenari possibili riguardanti il mondo del lavoro. Un dato, su tutti, fa paura. Se oggi il tasso di sostituzione netto, ossia lo scarto che c’è tra redditi e retribuzioni e pensione, è pari all’81,5%, tra poco più di trent’anni potrebbe scendere addirittura al 64,8%. Detta ancora più semplice: se, oggi, si “cambiano” mille euro di stipendio con 815 euro di pensione, domani, a fronte degli stessi mille euro, se ne incasseranno solo 648 euro. In pratica il tenore di vita di chi deciderà di ritirarsi dal mondo del lavoro si abbasserà in maniera fin troppo vigorosa. E, forse, andare in pensione (almeno a queste condizioni) non sarà più un buon affare.
Le pensioni in Italia oggi e domani
Per le generazioni di giovani, comunque vada, sarà un salasso: “A parità di anni lavorati e di continuità contributiva – si legge nel focus -, la generazione più giovane sperimenterà una prestazione pensionistica significativamente più contenuta, con una distanza tra ultima retribuzione e prima pensione che quasi raddoppia: dal 18,5% al 35,2% rispetto ai pensionati di oggi”. Una vera e propria beffa. Eppure, la spesa pensionistica italiana (oggi) è la più alta d’Europa. I numeri di Censis-Confcooperative rivelano che ammonta al 15,5% del Pil. Un dato che la colloca di ben tre punti sopra la media europea che, invece, si attesta a un più modesto 12,3%. Subito dopo l’Italia, c’è la Francia dove per le pensioni si investe il 14,6 per cento del prodotto interno lordo. Al terzo posto, infine, l’Austria dove il rapporto pensioni-Pil raggiunge il 14,4%. In Italia, il valore medio delle pensioni è pari a 2.142 euro al mese per i maschi e a 1.595 euro per le femmine. Si tratta di importi lordi ma che rendono plastici il gender gap che sussiste e che, a livello percentuale, è pari al 29,1%. Quasi un terzo in meno.
I salari stanno a guardare
Se, invece, si fa conto dei salari pagati in proporzione al Pil, ebbene la posizione dell’Italia nelle graduatorie europee sprofonda fino al 25esimo posto. L’incidenza delle retribuzioni sul prodotto interno lordo è pari solo al 28,9%. Per farsi un’idea di come vadano, altrove, le cose basti considerare che in Spagna il rapporto è del 37,1% mentre in Francia sale al 38%. La competizione con la Germania, poi, sarebbe assolutamente improponibile dal momento che a Berlino e dintorni la spesa per i salari raggiunge il 44,9% del prodotto interno lordo. Un guaio, grosso, questo per il sistema Paese. Anche perché, da qui al 2050, si perderanno fino a 7,7 milioni di unità lavorative. In pratica sparirà un lavoratore su cinque (20,5%). Colpa del gelo demografico, dei giovani che non fanno figli perché un salario (reale e dignitoso) non ce l’hanno. Insomma, il cane del precariato che si morde la coda e presenta il conto (salato) a tutto il tessuto economico e produttivo del Paese.
Tutti i divari di un Paese egoista
E i numeri stanno lì a testimoniarlo. Perché se c’è una cosa che resiste è il divario. A cominciare da quello di genere. Se è vero che la retribuzione media si attesta a 24.486 euro (lordi, sia chiaro), gli uomini percepiscono in media 8mila euro in più all’anno rispetto alle donne (27.967 euro contro 19.833 euro). Quasi un terzo in meno. Ma questo non è l’unico divario. C’è pure quello generazionale. A parità di qualifica, sostiene il rapporto Censis Confcooperative, i lavoratori junior (20-34 anni) guadagnano il 39,8% in meno rispetto ai senior (over 50), quasi 11.880 euro in meno all’anno. Siamo, suppergiù, intorno a poco meno della metà. E a queste condizioni diventa difficile campare mentre, ogni giorno, aumenta il costo della vita mentre permettersi di andarsene di casa, comprarla o affittarla, diventa un’impresa impossibile. Il guaio è che sono soprattutto i giovani, e le donne, a far parte di quell’esercito sterminato (stimato in circa 2,4 milioni di persone) che pur lavorando non escono dal rischio della povertà. E le cose non miglioreranno nel futuro se, ad attenderli, c’è una pensione che (se arriverà) sarà (molto) più povera di quella toccata ai loro nonni e genitori.
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