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Economia

Da Hormuz al Ponte, una strada verso i rincari

La mappa dei rincari: non solo motori, pure le strade (e le grandi infrastrutture) rischiano grosso

di Giovanni Vasso -


La strada verso i rincari. È sempre la stessa storia. Quella della farfallina, ricordate? Che sbatte le ali nello Stretto di Hormuz e causa uno tsunami sui conti del Ponte sullo Stretto di Messina. Il petrolio non serve solo a far andare i motori ma è utile, utilissimo, soprattutto per costruire le strade su cui viaggiano le auto. Con l’aumento dei costi della materia prima, unita a quella dell’energia tout court, rischiamo il corto circuito. La situazione è esattamente quella che Federico Ghella, vicepresidente dell’Ance, ha messo di fronte ai parlamentari della Commissione Ambiente del Senato: “Il prezzo del petrolio, nella prima metà di marzo, ha registrato un incremento di oltre il 30%, mentre il gasolio e il gas naturale hanno raggiunto aumenti ancora più elevati, oltre, rispettivamente a 46% e 55%. Tra i principali materiali da costruzione, il prezzo del bitume sta registrando aumenti esponenziali, raggiungendo in pochi giorni il +50%. Oggi un’opera di pavimentazione stradale costa il 25% in più rispetto ad un solo mese fa”.

Da Hormuz al Ponte, la strada dei rincari

I numeri hanno la testa dura. La strada porta solo a una conseguenza: una raffica di rincari. Lo scenario impatta, ovviamente, pure sulle grandi opere. “Il bando di gara prevedeva il concetto di indicizzazione dei prezzi, non variante dei lavori”, ha affermato Pietro Ciucci, ad di Ponte sullo Stretto parlando proprio dei costi per l’opera. “Questa è la ragione dell’incremento, che è passato da 3,9 miliardi a 6,7 del progetto definitivo del 2011 a 10,5 miliardi nell’atto aggiuntivo dell’agosto dello scorso anno. A volte poi si fa confusione e si parla di 13,5 miliardi, che non è il compenso del contraente generale ma è l’intero progetto”. E se continua così, con la crisi di Hormuz, questi numeri, che hanno la testa dura, non rappresenteranno un punto d’arrivo bensì di partenza. Se la crisi può impattare sulle grandi opere, possiamo solo immaginare l’effetto che potrà sortire sui bilanci già precari dei piccoli (e grandi) Comuni. Riasfaltare le strade diventerà un’impresa. E anzi, a proposito di imprese, rischiano di rimanerne ben poche in attività.

E la Pa non paga le imprese…

“Il rallentamento dei flussi finanziari e dei pagamenti che si registra dalla scorsa estate, sta creando forti tensioni finanziarie per le imprese che sono a corto di liquidità e potrebbero entrare in difficoltà proprio nella fase conclusiva del Pnrr. Il combinato disposto tra ritardati pagamenti e mancati ristori per il caro materiali rischia di essere esplosivo”, ha aggiunto Ghella in Senato. Che beffa sarebbe ritrovarsi senza opere, senza imprese e, in più, con il debito mostruoso sul groppone contratto per ottenere i fondi Pnrr.

Una giornata interlocutoria

Senza andare troppo lontano, però, la farfalla di Hormuz continua a esprimere i suoi effetti sui mercati e sulla quotidianità dei cittadini. Dopo un lunedì tonificante, con l’apertura di Trump al dialogo, c’è stato un martedì interlocutorio. Che ha portato le Borse a recuperare qualcosina, ma nemmeno troppo. Ha visto il petrolio salire e scendere dall’ottovolante dei prezzi (raggiunta e superata quota 100 dollari al barile, as usual) mentre il gas in Europa è sceso poco sotto i 54 euro al Mwh. La brutta notizia, per noi, è arrivata dal Medio Oriente. Qatarenergy, colpita al cuore dall’attacco di Ras Laffan, ha invocato la forza maggiore. Nuovi rallentamenti in vista per le forniture di gas dirette, oltre che in Italia, anche in Cina, Corea del Sud, Belgio. Sempre più osservatori si dicono convinti del fatto che il peggio, purtroppo, deve ancora arrivare. Se la guerra non finirà subito, ad aprile avremo a che fare con i (veri) effetti della crisi. E saranno dolori, per tutti.


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