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Attualità

Diritto allo studio e affitti impossibili, l’housing universitario tra emergenza e progettualità

di Francesco Tiani -

Cartelli per pubblicizzare appartamenti in affitto in una agenzia immobiliare, Genova, 03 ottobre 022 ANSA/LUCA ZENNARO


Il diritto allo studio non è una dichiarazione d’intenti ma un impegno costituzionale che dovrebbe tradursi nella possibilità concreta, per ogni persona, di formarsi per costruire la propria vita in autonomia. Eppure, da anni, questa finalità si incaglia davanti ai costi degli affitti nelle città universitarie, divenuti una barriera sempre più invalicabile. Le storie che arrivano da Milano, Bologna, Firenze o Roma si somigliano tutte e parlano di stanze singole a prezzi da monolocale e contratti irregolari. Il costo dell’abitare non è più considerato come la prima voce di spesa bensì è divenuto il principale ostacolo alla scelta dell’università, al punto che molti studenti, soprattutto fuori sede, sono costretti a rinunciare ad iscriversi a determinate facoltà. Questa rinuncia colpisce soprattutto le famiglie con redditi medio-bassi, generando di conseguenza una vera selezione sociale incompatibile con l’idea di un Paese che vuole crescere e garantire mobilità, innovazione e coesione.

Il problema si infittisce considerando che, negli ultimi anni, gli affitti turistici brevi hanno sottratto migliaia di appartamenti alla locazione tradizionale e il mercato privato ha intercettato la domanda dell’abitare studentesco, trasformandola in un terreno fertile per la speculazione, in coerenza con la legge dell’offerta che insegue il massimo profitto.

Sul versante pubblico, invece, l’esigenza non è percepita come priorità strategica infatti le residenze universitarie dispongono di un quantitativo di posti che coprono una quota ridottissima degli aventi diritto, redendo così l’housing universitario italiano tra i più sottodimensionati d’Europa. Il quadro complessivo è quello di un Paese che mette i suoi giovani davanti a un paradosso, poiché chiede loro di studiare, specializzarsi e muoversi verso i centri dell’innovazione, ma al tempo stesso non rende sostenibile la vita dove si concentra l’offerta formativa.

Il risultato finale genera un cortocircuito che non riguarda solo gli studenti, ma l’intero sistema produttivo e culturale in cui il talento si disperde, la mobilità sociale si blocca e l’Italia diventa meno capace di immaginare sé stessa. Questa realtà sottolinea come l’abitare sia un tassello strutturale non solo del diritto allo studio, ma della cittadinanza stessa e richiede politiche pubbliche più coraggiose riguardo il rafforzamento dell’edilizia universitaria, la regolazione degli affitti brevi, e soprattutto incentivi mirati alla riqualificazione del patrimonio pubblico inutilizzato. Un nuovo patto tra istituzioni, territorio e privati, fondato non solo sull’emergenza ma sulla progettualità, si rende necessario perché il futuro di un Paese non si misura solo dai suoi bilanci, ma dalla possibilità che offre ai suoi giovani di abitare i propri sogni.


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