Dis(armati) il nuovo rapporto di Save the Children sulla criminalità minorile
Quarantasei minorenni accusati di associazione mafiosa nei soli primi sei mesi del 2025, contro quarantanove nell’intero 2024. Il ritmo non accenna a diminuire, ma anzi sta accelerando e Save the Children, nel suo nuovo rapporto “Dis(armati)”, non esita a definirlo preoccupante ed allarmante.
Dietro ogni ultima statistica c’è un ragazzo tra i quattordici e i diciassette anni che ha incrociato la criminalità organizzata prima di trovare qualcosa di meglio. Una scuola che non l’ha saputo incuriosire e non lo ha trattenuto, un quartiere senza prospettive, una famiglia fragile o addirittura assente. Le organizzazioni criminali non reclutano per caso: cercano chi è già solo, chi ha fame di appartenenza, chi non ha ancora trovato un altro modo per contare qualcosa, ma soprattutto chi ha tanta rabbia.
Armarsi per esistere
I casi di porto abusivo di armi tra minorenni sono cresciuti del 455 per cento in dieci anni: da 27 nel 2014 a 150 nel 2024. Nel solo primo semestre del 2025 si sono già registrati 1.096 episodi, un picco senza precedenti. Napoli, Milano, Roma, Bologna e Torino sono le città dove il fenomeno è sempre più in rapida espansione.
Non si tratta sempre di armi per delinquere. Molti ragazzi le portano per sentirsi protetti, per guadagnarsi rispetto, per esistere in contesti dove la forza è l’unico linguaggio riconosciuto ed apprezzato. Il rapporto di Save the Children descrive una dinamica ben precisa: la paura genera il bisogno di difendersi, il bisogno di difendersi dal mondo porta ad armarsi e detenere un’arma alimenta una escalation difficile poi da fermare. Un meccanismo in cui ogni anello si stringe sull’altro fino a formare una catena dalla quale sarà difficile liberarsi. Un ragazzo che esce di casa armato è quasi sempre un ragazzo che ha paura, ma che prima o poi utilizzerà la sua arma.
Troppi anni di segnali ignorati
I dati del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno raccontano un decennio in cui la violenza giovanile ha cambiato passo. Le rapine commesse da quattordicenni-diciassettenni hanno superato quota 3.900 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014. Le lesioni personali sono quasi triplicate. Le risse coinvolgono oggi una platea di giovanissimi due volte e mezza più ampia rispetto a dieci anni fa.
Geograficamente, la Lombardia guida la classifica per incidenza di minorenni segnalati per rapina. Catania detiene il primato nazionale per reati associativi di stampo mafioso tra i giovani. La Calabria segue con valori critici. A Napoli, nel primo semestre del 2025, ventisette ragazzi sono stati arrestati o denunciati per fatti connessi all’omicidio.
Il carcere non basta
Il Decreto Caivano ha ampliato la custodia cautelare per i minorenni e ristretto l’accesso alle misure alternative. Il risultato, documentato nel rapporto, è una permanenza più lunga nel circuito penale minorile. Quasi 24 mila giovani sono oggi seguiti dagli uffici di servizio sociale minorile, in crescita rispetto agli anni precedenti. Tenerli più a lungo dentro un sistema che fatica a rieducare non li rende meno pericolosi. Spesso li restituisce alla società più arrabbiati di prima. Vale la pena ricordare che l’Italia resta tra i Paesi europei con i tassi di criminalità minorile più bassi.
Quei ragazzi sono di tutti
Come si fa a diventare violenti a quattordici anni? Come si arriva a stringere in mano un coltello o a entrare nell’orbita di un clan quando si è ancora poco più che bambini?
La risposta, probabilmente, non sta nei ragazzi. Sta in ciò che non hanno trovato quando ne avevano bisogno. Un adulto che li ascoltasse senza giudicarli. Un posto dove sentirsi al sicuro. La certezza, anche fragile, di valere qualcosa. Sono bisogni elementari, gli stessi che hanno tutti gli adolescenti del mondo. La differenza, per molti di loro, è che quei bisogni sono rimasti senza risposta. E questi dati di Save the Children non possono più essere ignorati.
Questi giovani non sono “mostri” nati dal nulla. Sono il riflesso di ciò che come comunità non siamo riusciti a dare loro. E finché continueremo a pensare che la violenza giovanile sia solo un problema di ordine pubblico invece che come una ferita sociale, i dati non faranno altro che crescere.
Torna alle notizie in home