Domani il voto in Ungheria: ecco perché è un test per il futuro dell’Europa
Ha ragione chi sostiene che l’esito del voto di domani in Ungheria è un test cruciale per la tenuta dell’Ue. In apparenza, le elezioni in un piccolo Paese dell’Europa dell’Est non dovrebbe spostare gli equilibri globali. In realtà, attorno alle urne di Budapest si muovono interessi ben più grandi dei confini magiari: Unione europea, Stati Uniti e Russia osservano con attenzione, consapevoli che l’esito potrebbe incidere sugli assetti geopolitici del continente e quindi sui rapporti tra alleati e avversari.
Viktor Orbán non è solo il leader di un governo nazionale, ma il simbolo di una visione alternativa dell’Europa (spesso in antitesi con le scelte dell’Ue): sovranista, prudente sulle sanzioni a Mosca e contraria agli aiuti a oltranza all’Ucraina. Una sua eventuale sconfitta sarebbe la vittoria dello status quo Ue, di una linea che peraltro ormai non è più quella maggioritaria nei grandi Paesi europei, ossia quella della cosiddetta maggioranza Ursula.
Una nuova vittoria, al contrario, consoliderebbe il fronte di chi vorrebbe rivedere il rapporto tra Bruxelles e gli Stati membri e più in generale la visione dell’Ue. Il rischio è dunque che la competizione elettorale risenta della pressione esterna crescente, capace di orientare l’opinione pubblica – cosa non buona per una democrazia. È pur vero che all’America fa comodo una Ue divisa e quindi ancora più debole, così come alla Russia fa gioco un “alleato” in chiave anti-Ucraina (ovvio che con la sconfitta di Orbán anche l’Ungheria darebbe il suo ok ai 90 miliardi per Kiev).
L’impressione però è che se gli elettori ungheresi dovessero confermare la loro fiducia al premier uscente, l’Ue si straccerebbe le vesti urlando al complotto russo-americano e al voto truccato. E pure questo non farebbe per niente bene alla democrazia.
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