Sì al referendum anche per la parità di genere
Che la riforma della giustizia abbia tra i suoi obiettivi quello di modernizzare la macchina giudiziaria italiana non è una novità. Ma che, al di là dei tecnicismi sulla separazione delle carriere, ci sia addirittura un nesso tra le nuove norme e il tema della parità di genere è un elemento in grado di aprire a un cambiamento sul quale si deve certamente riflettere. A porre l’accento sulla questione è il comitato Donne per il Sì, che vede professioniste di diversi settori schierate a sostegno del referendum. Tra queste anche componenti del Csm in carica, magistrate e Pm. Donne che si districano quotidianamente non solo nelle questioni che attengono al settore della giustizia, ma che si ritrovano a fare i conti con un sistema nel quale, a quanto pare, regna il maschilismo.
Correnti delle toghe e parità di genere
Con buona pace dell’equilibrio e della meritocrazia. Due principi che dovrebbero costituire la bussola in un contesto delicato come quello in cui opera la magistratura. Eppure, non senza sorpresa, scopriamo che non è così e che il peso del correntismo tra le toghe arriva fino a mortificare la rappresentanza femminile tanto “in seno al Csm, tanto nell’attribuzione di incarichi direttivi negli uffici giudiziari”. La denuncia arriva proprio dal comitato Donne per il Sì che, numeri alla mano, dimostra come la parità di genere tra i ranghi della magistratura sia solo un miraggio. Il ragionamento è semplice e le conclusioni immediate. Le donne che vincono il concorso per entrare in magistratura sono il 56% dei partecipanti. Ci si aspetterebbe, non per un discorso di quote, ma semplicemente in funzione di un calcolo statistico, un Csm composto per metà da magistrate.
La denuncia di Donne per il Sì
Guarda un po’, non è così e, anzi, la percentuale di donne che negli ultimi dieci anni ha avuto accesso all’organo di autogoverno delle toghe è inferiore a un terzo del totale. Per quanto riguarda gli uffici direttivi, in particolare quelli requirenti, la situazione è addirittura peggiore. Vengono affidati a magistrati donne solo nel 23% dei casi. Un rapporto di tre a uno. Quindi, o più della metà delle donne che entrano in magistratura sono inadeguate a ricoprire incarichi di particolare rilievo – il che sembra francamente difficile da credere -, oppure esiste effettivamente un filtro attraverso il quale le correnti incidono anche su un aspetto di genere. E’ la dimostrazione di come, allo stato, l’accesso a determinati ruoli o incarichi dell’apparato giudiziario sia regolato da dinamiche che nulla hanno a che vedere con la competenza e la meritocrazia. Della trasparenza sembra anche superfluo parlare.
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