Ecco perché il manifesto di Palantir dichiara guerra alla democrazia
Il manifesto di Palantir Technologies, big tech Usa specializzata nell’analisi dei big data, è al centro di polemiche e preoccupazioni da quando è stato pubblicato. In 22 punti viene snocciolata la dottrina dell’ad di Palantir, Alex Karp, espressa nel suo libro La Repubblica Tecnologica (sì, come quella di Platone, ma aggiornata allo strapotere dell’intelligenza artificiale in vece del potere politico).
Stiamo parlando di un programma (di un’azienda privata) da far tremare i polsi. Suona come una chiamata alle armi che ridefinisce il ruolo della tecnologia nel cuore dello Stato. Già questo sarebbe sufficiente per maturare una risposta lucida, vigile, efficace. Una contromisura commisurata alla portata epocale di questo manifesto. In soldoni, la Silicon Valley non può più fingere di essere neutrale. Il suo sviluppo è figlio di investimenti pubblici enormi e oggi, sostiene il manifesto, deve restituire quel debito contribuendo alla sicurezza nazionale Usa.
In un mondo attraversato da guerre ibride e conflitti asimmetrici, l’hi-tech diventa infrastruttura strategica. Il problema è che la ricetta offerta è a dir poco preoccupante: trasformare l’élite tecnologica in una élite securitaria. Non più innovatori indipendenti, ma attori integrati nella macchina della Difesa. Il rischio è evidente, se tecnologia (a partire dall’intelligenza artificiale) e sicurezza si fondono, ogni spazio di libertà tende a restringersi nel momento in cui tale libertà venga percepita come un potenziale pericolo.
Anche perché incardinare l’innovazione – spesso le idee più geniali sono scaturite da un caos creativo, e non è un luogo comune – dentro logiche militari significa passare dalla fertile curiosità alla sterile obbedienza, dalla sperimentazione al controllo. Il nodo più critico dunque è il rapporto con il potere. Quando strumenti capaci di interpretare e modellare la realtà vengono integrati nelle strategie dello Stato, il confine tra difesa e manipolazione sparisce.
Il rischio pertanto non è solo tecnologico, ma democratico: un potere securitario alimentato dall’Ia azzera il dibattito, impedisce il confronto, ma soprattutto elude il controllo (siamo al classico “chi controlla i controllori”). Con la scusa della sicurezza, la politica rischia di diventare subalterna al potere tecnologico militare. E a quel punto, bye bye democrazia.
Torna alle notizie in home