Ursula come Maria Antonietta: “Flessibilità? Stati spendano 95 miliardi che restano”
Meloni scavalca la Commissione e va a parlare direttamente con Merz del Patto di Stabilità
Siamo al pane e alle brioche: gli Stati chiedono flessibilità, Ursula indica i 95 miliardi ancora non spesi per ammodernare le reti elettriche. A Cipro non s’è cavato un ragno dal buco e allora vien da chiedersi perché son stati sprecati decine e decine di litri di cherosene per portare sull’isola i leader di tutta Europa se, poi, la posizione rimane sempre la stessa. Il Patto non si tocca, per chi non lo avesse (ancora) capito. Più che a scucire, a Bruxelles si pensa a incassare: “Nuove risorse proprie sono indispensabili. Senza di esse la scelta è netta – ha dichiarato la regina Ursula: maggiori contributi nazionali o minore capacità di spesa”. Ad Amsterdam l’hanno presa male, gli olandesi hanno già avvisato la Commissione: l’aumento di bilancio a cui Ursula e soci mirano ormai da tempo non s’ha da fare. Né ora, né mai. Viene quasi da rimpiangere Orban. Almeno lui era sporco, cattivo e sovranista. Jetten, il più giovane capo del governo della storia dei Paesi bassi, è un liberale e progressista, mica come quel cattivone di Geert Wilders.
Ursula e l’in-flessibilità che non paga
Che non ci fosse trippa per gatti l’aveva messo già in chiaro in mattinata il solito Valdis Dombrovskis. Da Delfi, il Gran Sacerdote del rigore, ha tuonato che “al momento non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di Stabilità” e ha ribadito che attivare ora “la clausola generale di salvaguardia” non rappresenterebbe un atto “appropriato”. Questo perché la clausola “può essere attivata solo nel caso di una grave recessione nell’area euro o nell’Ue complessivamente intese”. Un po’ come se un medico, prima di impartire una robusta dose di antibiotici, attendesse che il paziente finisca in coma. Ursula, novella pizia, s’è lasciata ispirare e infatuare dal discorso dall’Apollo lettone. Ha, pari pari, ripetuta la filastrocca delle condizioni che mancano, ha rimandato ogni altro discorso all’Ecofin del 5 maggio prossimo. “Continuiamo a monitorare molto da vicino”, ha detto non prima, però, di aver inferto una mazzata sul grugno di chi, come Italia e Spagna, predicavano a Ursula un po’ di flessibilità.
La lezioncina che non ci basta
“Se guardiamo al Next Generation EU, ai fondi di coesione e al fondo di modernizzazione, si tratta di circa 300 miliardi di euro che erano disponibili per investimenti energetici. 95 miliardi di questi non sono ancora stati utilizzati, quindi ho invitato gli Stati membri a utilizzare questi fondi”. L’Europa ha fame, Ursula gli elargisce fondi mai visti. Manco Maria Antonietta, ingiustamente calunniata per secoli dalla feroce propaganda giacobina, era giunta a tanto. Il colmo, però, quando Ursula ha voluto spiegare agli europei perché l’Ue abbia deciso di demandare agli Stati membri, e al loro spazio fiscale, le misure per fronteggiare la crisi energetica. “Ogni Paese ha il suo mix energetico diverso”, ha detto. Ma, se è per questo, ogni Stato ha pure le sue peculiarità contabili diverse. E questo approccio, che in teoria sarebbe quello più flessibile di tutti, in realtà si riduce a una precisa scelta di campo che taglia fuori un pezzo intero di Continente dagli aiuti. A cominciare, naturalmente, dall’Italia.
E Meloni va a parlare con chi conta davvero (Merz)
Giorgia Meloni, che evidentemente già s’aspettava questa piaga degli eventi, è andata a parlare con chi conta davvero. E cioè col cancelliere tedesco Friedrich Merz. Non si muove foglia che Berlino non voglia. La premier italiana ha riferito che la posizione della Germania sul Patto resta quella che è ma, ha spiegato, almeno un tentativo di apertura è stato fatto. “C’è sicuramente la volontà di venirsi incontro, cioè di trovare delle soluzioni che possano andare bene per tutti”, anche perché se l’Italia e la sua manifattura tracollano i primi a farsi male sono proprio i tedeschi. Certo, le posizioni sono diametralmente opposte. Ma una quadra andrà trovata: “Siamo al lavoro per avvicinarci”, ha assicurato Meloni. Che, con Merz, ha pure il credito della vicenda Ets. Su cui l’Europa, naturalmente, ha risposto picche. Tra i delusi, però, c’è pure Pedro Sanchez. Che, furbo, l’aveva messa sulla necessità dell’elettrificazione quando ha chiesto la proroga di un regime simile al Pnrr per almeno altri sei-dodici mesi. La Commissione ha schivato pure il tentativo dell’elettrificazione socialista promettendo (entro l’estate, con calma per carità) un piano nuovo per le reti elettriche. Ammesso, e non concesso, che ci arriveremo all’estate. Ursula, il pane della flessibilità e la brioche dei fondi non spesi.
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