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Economia

Zitti tutti, parla Draghi: “Federazione perché Europa sia potenza”

L'analisi dell'ex premier: "Basta egoismi o finiremo sottomessi e deindustrializzati"

di Giovanni Vasso -


Europa, tornare potenza. Che, detta così, suona assai simile al Make America Great Again. Ma, con buona pace di Orban che c’ha provato a declinare il Maga in Mega, Mario Draghi non ha certo sposato il trumpismo. Anzi, è proprio in risposta a Trump e alle sue mattane che l’ex premier italiano, già governatore della Bce, imbraccia di nuovo il bazooka per scuotere la vecchia Europa. È giunto il momento di fare sul serio. O di morire. Politicamente, s’intende. In fondo al messaggio di Draghi c’è sempre lo stesso grido. Bisogna fare l’Europa. E, per farla, c’è bisogno che il Vecchio Continente riprenda in mano la sua identità. Che c’entra, mica s’esaurisce con la pastasciutta, i bratwurst o le escargot. No. L’identità dell’Europa non può che essere quella di tornare, appunto, la potenza che è stata.

Europa, direzione tornare potenza

La via da seguire, per Draghi, non è quella dello scontro. Non è la contrapposizione. Non è il “noi contro loro” che polarizza i dibattiti e ingrassa i padroni dei social e del digitale. Ci vuole un piano. Ed è sempre lo stesso. Ieri a Lovanio, nelle Fiandre, dove ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Ku Leuven, l’ha declinato sotto un profilo che si direbbe costituzionale. “Passare dall’essere una confederazione a una federazione”. E non è mica una ricercatezza lessicale. Non è manco un arzigogolo da fini giuristi, no. È la differenza che passa tra l’accozzaglia di Paesi che “presi come singoli non sono nemmeno potenze medie” e l’unica possibilità che resti al mondo per accogliere, tra Usa e Cina, la nascita di una nuova potenza. “Dobbiamo decidere se rimanere semplicemente un grande mercato soggetto alle priorità degli altri oppure se prendere le misure necessarie per diventare una potenza”, ha detto Draghi.

“Federalismo pragmatico”

Che ispira il suo progetto federalista al pragmatismo. Perché nell’Europa “federale” non ci sarà spazio per quinte colonne né, tantomeno, per gli egoismi. Gli stessi che inchiodano l’Ue alla realtà poco esaltante di essersi rivelata “un gruppo di Stati che si coordina rimane un gruppo di Stati, ognuno con un veto, ognuno con un calcolo separato, ognuno vulnerabile all’essere eliminato, uno per volta”. La via da seguire è sempre la stessa: integrazioni, le stesse già chieste a gran voce dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. “Dove l’Europa si è federata – continua Draghi – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico o sulla politica monetaria, siamo rispettati come potenza e negoziamo come tale”. Poi cita l’euro come esempio virtuoso del federarsi dei Paesi. C’è, inoltre, un altro passaggio che è decisivo. “L’azione comune e l’interesse reciproco creati devono diventare le fondamenta per istituzioni con veri poteri decisionali – ha sostenuto Draghi -: istituzioni in grado di agire in maniera risoluta in tutte le circostanze”. E che non siano frenati dai soliti veti, dagli egoismi di bottega, dalle sproporzioni interne. Un’Europa che sia davvero tale e non una dependance di chissà chi.

Fine degli egoismi e istituzioni forti…

Ecco, dunque, il richiamo di Draghi. L’Europa torna potenza se riprende la sua identità. Che è quella del “beneficio condiviso”. La stessa che, al termine della Seconda guerra mondiale, portò i Paesi fondatori a immaginare in un continente stremato e diviso, un mercato unico del carbone e dell’acciaio che, chissà, magari in futuro avrebbe potuto portare ad altro. Non sarà facile. Ma il mondo, attorno al Vecchio Continente, è già cambiato. Cita il collega banchiere Mark Carney, il premier canadese che a Davos aveva già seminato il panico svelando la realtà: “Mentre dico che è defunto, stento a credere che sia effettivamente defunto, morto. Per il momento, dovremmo prendere i fatti per quello che sono”. L’alleanza con l’America, per l’ex premier, non è in discussione. Lo è, semmai, il destino del Continente. “Un mondo con meno commercio e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa si adatterebbe. La minaccia è ciò che potrebbe sostituirlo”.

…oppure “saremo sottomessi”

Nella lettura di Draghi, un incubo: “Ci troviamo di fronte a degli Stati Uniti che, almeno nella loro posizione attuale, sottolineano i costi sostenuti, ignorando i benefici raccolti. Stanno imponendo dazi all’Europa, minacciando i nostri interessi territoriali e rendendo chiaro per la prima volta che considerano la frammentazione politica europea confacente ai propri interessi”. Contestualmente, “ci troviamo di fronte a una Cina che controlla nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali e costringe gli altri a sopportare il costo dei propri squilibri”. Se non si farà nulla, per Draghi, il destino dell’Europa sarà uno solo: “Un futuro in cui rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata allo stesso tempo”.


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