False assunzioni di immigrati, la truffa tra Campania e Marocco
Dalle scrivanie dell’Ispettorato del Lavoro ai ristoranti “ufficio di imbarco” in Marocco: l’inchiesta che ha svelato il sistema “industriale” delle false assunzioni degli immigrati tra Napoli e Caserta è un nuovo “buco nero” del nostro Paese. Migliaia di pratiche – almeno tremila -, milioni di euro e il tradimento delle istituzioni.
Il sistema era perfetto, collaudato e, soprattutto, silenzioso. Non si trattava di piccoli escamotage per aggirare la burocrazia, ma di una vera e propria “catena di montaggio del falso” che ha trasformato i decreti flussi in un business milionario. Al centro dell’indagine condotta dalla Procura di Napoli, emerge un quadro inquietante dove il confine tra Stato e criminalità si dissolve in un ufficio di Marcianise e in un ristorante In Marocco.
Il “garante” e il “regista”: i due volti del sistema
Due sono i nomi che sintetizzano il cuore dell’inchiesta: Ciro Monti e Giuseppe Allosso. Il primo, funzionario dell’Ispettorato del Lavoro, rappresentava il cavallo di Troia all’interno dell’amministrazione pubblica. Non era un semplice complice, ma il “garante” del buon esito delle pratiche. La sua posizione gli permetteva di conoscere i meccanismi di controllo e, secondo l’accusa, di “istruire” le domande affinché superassero indenni i filtri informatici del ministero.
Dall’altra parte, Giuseppe Allosso, titolare di un’agenzia di servizi a Marcianise, agiva come il braccio operativo. Era lui il ponte con i datori di lavoro compiacenti, spesso titolari di aziende “fantasma” o scatole vuote create al solo scopo di richiedere il nulla osta per lavoratori stranieri che non avrebbero mai messo piede in un’azienda agricola o in un cantiere edile.
L’aspetto più singolare dell’indagine, la proiezione internazionale dell’organizzazione
In Marocco, il sistema aveva le sue basi operative camuffate da attività commerciali. Due ristoranti, uno dei quali riconducibile proprio al funzionario Ciro Monti, fungevano da veri e propri “uffici di imbarco”. Qui, gli aspiranti migranti venivano reclutati, i loro passaporti venivano fotocopiati e venivano fornite le istruzioni su come muoversi una volta arrivati in Italia.
Non erano luoghi dedicati alla gastronomia locale, ma i centri nevralgici dove si raccoglieva la domanda di immigrazione illegale, gestendo le “commissioni” che i migranti erano disposti a pagare pur di ottenere un visto. Un corto circuito istituzionale senza precedenti. Un funzionario dello Stato italiano che gestiva, all’estero, il terminale di un traffico che avrebbe dovuto contrastare in patria.
I numeri del malaffare: ora, tremila pratiche e un tariffario spietato.
La portata del fenomeno è “industriale”
Se l’ordinanza di custodia cautelare attuale – mille pagine – scava in centinaia di casi, un precedente del 2025 aveva già gettato luce su un volume di oltre duemila pratiche irregolari. Ogni nulla osta aveva un prezzo: il “kit d’ingresso” oscillava tra i 1.500 e i tremila euro. Moltiplicando queste cifre per le migliaia di richieste gestite, si ottiene un volume d’affari da capogiro, alimentato dalla disperazione di chi cercava una vita migliore e dalla spregiudicatezza di chi vedeva nel decreto flussi un giacimento d’oro.
I migranti pagavano in contanti, spesso indebitando le famiglie in Marocco, convinti di entrare in Italia con un regolare contratto di lavoro. Invece, una volta arrivati, si ritrovavano fantasmi: legati a un datore di lavoro che non esisteva, costretti a pagare ulteriori somme per i rinnovi dei permessi di soggiorno o finendo nelle maglie del caporalato reale.
Un sistema che aspettava solo di essere “messo a regime”
Come si rileva dall’analisi degli atti, l’organizzazione non ha dovuto inventare nulla. Ha semplicemente sfruttato le croniche vulnerabilità di un sistema burocratico basato sulla fiducia e sulla verifica documentale postuma. La “messa a regime” operata da Monti e Allosso consisteva nel professionalizzare la frode: aziende create ad hoc con terreni incolti, bilanci gonfiati per dimostrare una capacità di assumere inesistente e una rete di prestanome – spesso persone indigenti o anziani ignari – che firmavano contratti di assunzione in cambio di poche centinaia di euro.
Oltre la punta dell’iceberg, le ombre degli “omissis”
L’ordinanza di mille pagine non chiude affatto la vicenda. Tra le righe si leggono numerosi “omissis”, riferimenti a soggetti in corso di identificazione e a flussi finanziari ancora da tracciare. Il dubbio sollevato è a dir poco inquietante. Quante altre organizzazioni simili operano nell’ombra? Se un solo funzionario infedele è stato capace di generare un tale volume di illegalità, quanto è profonda la falla nel sistema italiano dei visti?
Questa inchiesta non è solo un caso giudiziario di immigrazione clandestina, ma una radiografia impietosa del “marcio” che può annidarsi dove lo Stato non riesce a controllare se stesso. La battaglia contro l’immigrazione irregolare va condotta non solo sulle coste dove spadroneggiano gli scafisti ma soprattutto negli uffici dove una firma falsa può valere migliaia di euro.
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