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Attualità

Paura, impunità e tentazione teocratica

di Giuseppe Tiani -


Per il carabiniere, un secondo di paura, tre anni di condanna. Nel mezzo, lo sport nazionale
dell’indignazione e delle accuse. Tutti chiedono interventi rapidi, risolutivi, chirurgici. Poi, quando
l’intervento arriva, si pretende che poliziotti e carabinieri siano infallibili, asettici, privi di corpo e di
istinto, come se la realtà fosse un simulatore. Intanto la violenza misura il tempo meglio dei
tribunali. A Roma Termini, in un’ora, due aggressioni gravi. Entra in scena la violenza, ma il sipario
è un comunicato. Lo Stato, quando è privato degli strumenti, non presidia, rincorre. E rincorrendo,
inciampa nella conquista democratica del lessico garantista, interpretato sempre più nella sua deriva
patologica. Esiste un garantismo che tutela i diritti e uno che li anestetizza. Il primo è civiltà
giuridica e democratica. Il secondo è impunità con buona dizione, la retorica della tenuità del fatto.

Il garantismo non è mai neutralità verso la vittima, è responsabilità verso la legge e verso la realtà.
Con l’espansione applicativa di questa retorica, la giustizia non cura più, diluisce. E quando
scopriamo che tra chi pesta e accoltella c’è chi era già destinatario di un provvedimento di
espulsione, il problema non è troppo diritto, ma diritto senza conseguenze. Carta che resta carta. La
legge non perde umanità quando è applicata, la perde quando viene neutralizzata. È in quel vuoto
che cresce l’indifferenza. Non come distanza critica, ma come cinismo pratico, ridotto a slogan
contingenti, incapaci di trasformarsi in visioni o piattaforme politiche per reggere un confronto tra
posizioni realmente contrapposte. Così l’indifferenza diventa metodo e poi procedura.

Gramsci la chiamava peso morto della storia. Oggi ha il linguaggio ordinario dell’amministrazione e della giurisdizione. Ma Gramsci sapeva anche che il conflitto sociale non vive nel vuoto, vive dentro un ordine. Senza uno Stato che renda effettive le regole comuni, il conflitto non produce coscienza
sociale, produce arbitrio. Non è emancipazione, è scontro diseguale. L’ordine democratico non
soffoca il conflitto, lo rende possibile e praticabile. In questo quadro stona solo chi fa il proprio
mestiere. Come il Prefetto Giannini, che ha osato ricordare che illegalità e radicalizzazione
camminano insieme, e prevenire significa controllare, non chiudere gli occhi. Lo ha fatto con
equilibrio istituzionale, competenza e piena legittimità del ruolo e dei suoi poteri. Nessuna crociata,
nessuna ideologia, semplice esercizio delle responsabilità che la legge assegna allo Stato.
Controllare non è sospettare, ma governare fenomeni complessi prima che degenerino, un approccio
necessario nella società globale e multiculturale, mobile e liquida.

La risposta del partito “Musulmani per Roma 2027”, dal loro punto di vista esclusivo e grossolano, è stata un’accusa di criminalizzazione delle moschee, come se il problema fosse la legittimità del controllo e non l’irregolarità. Non è un processo alla fede, è un argine alle scorciatoie politiche fondate sull’identità religiosa. In un Paese civile un luogo di culto non può essere trattato come una pratica di routine.
Come se bastasse una pratica amministrativa per trasformare un tema sensibile in un fatto compiuto.
Provate a immaginare una chiesa aperta così a Teheran. Il tema non è l’integrazione, ma un’altra
cosa. La tentazione di trasformare l’appartenenza religiosa in piattaforma politica. E qui il
cortocircuito diventa pericoloso.

Quando una fede si propone come soggetto di potere in quanto fede, il dissenso diventa eresia e la legge smette di essere comune. Perché diventa la nostra legge. La democrazia vive di regole condivise, non di identità chiuse e autoreferenti. Il pluralismo è democrazia. Germogli di teocrazia, anche in formato municipale e capitolino, rappresentano il suo contrario. I Costituenti affidarono la sicurezza pubblica all’autorità civile, facendone una funzione dello Stato democratico e la prima infrastruttura delle libertà. 

Senza di essa i diritti restano dichiarazioni. E non serve gridare, basta applicare le regole evitando di diluirle. Perché tra un secondo di paura e tre anni di condanna, tra un’ora di violenza e un vertice d’urgenza, lo Stato, con i suoi poteri e le sue articolazioni, quando cura a gocce il disordine da cui si origina la violenza, non è garantista. È assente.

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