Padova: dodicenni armati di insulti, adulti disarmati di educazione
Se un insegnante deve denunciare dei ragazzini, il problema non è il loro linguaggio: è il vuoto che abbiamo lasciato
Un insegnante della provincia di Padova ha denunciato di essere stato inseguito e insultato da studenti di prima media. Dodici anni. E già capaci di usare “gay” come un sasso. Non è una bravata: è il prodotto di un’educazione abbandonata, mentre ci raccontiamo che “sono solo bambini”. Se un docente deve rivolgersi ai Carabinieri per difendersi da ragazzini, il problema non è l’episodio: è un sistema che ha smesso di educare. Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay LGBT+, lo ha detto chiaramente: quando non si parla di emozioni, identità, consenso e rispetto, qualcun altro prende il controllo. E quel qualcun altro non è mai la parte migliore della società. È la strada, è il branco, è l’algoritmo che amplifica il peggio. A La Spezia un ragazzo ha accoltellato un coetaneo per gelosia: non un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di un Paese che tratta l’educazione affettiva come un tabù mentre i ragazzi imparano altrove cosa significa “amore”.
Il paradosso italiano: paura del rispetto
Il paradosso è tutto nostro: per parlare di rispetto a scuola serve ancora il consenso delle famiglie. Come se la dignità fosse un’opzione. Come se prevenire violenza e discriminazione fosse un lusso. E ogni volta che si prova a introdurre un percorso serio, spunta la parola magica: “woke”. Una scorciatoia per non assumersi responsabilità, un’etichetta comoda per chi preferisce ridicolizzare piuttosto che capire. La richiesta di Marrazzo al Presidente Stefani di sostenere una legge regionale sull’educazione sessuo-affettiva non è una battaglia di nicchia: è un invito a smettere di intervenire quando il danno è già esploso. È un modo per dire che la scuola non può essere lasciata sola mentre il mondo cambia più in fretta della nostra capacità di educare.
L’Italia che non fa rumore, ma esiste
E qui entra in scena l’Italia che non alza la voce: quella che non ha paura delle parole giuste, che non si sente minacciata dal rispetto, che non confonde l’educazione con l’indottrinamento. Un’Italia più grande di quanto sembri, spesso schiacciata dal chiasso di chi urla “ideologia” per non guardare la realtà. Ed è proprio questa Italia a ricordarci che qualcosa non torna: un Paese moderno non dovrebbe tollerare che “gay” venga usato come un’arma, né accettare che un insegnante si senta braccato dai suoi studenti, né permettere che la scuola debba chiedere autorizzazioni per insegnare ciò che dovrebbe essere scontato. Se tutto questo accade, significa che abbiamo lasciato scoperti i fondamentali. Siamo costretti a ribadirlo, sì. Ma non per rassegnazione: per ostinazione civile. Perché gli italiani per bene esistono, e meritano una scuola che non si limiti a contenere i danni, ma che formi persone capaci di stare al mondo senza ferirlo.
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