Social vietati ai minori, forse l’Ue dovrebbe fare come la Spagna
Il Far West digitale evocato dal premier spagnolo Pedro Sánchez non è solo una formula efficace: è la fotografia di uno spazio che dilaga senza paletti e senza sceriffi, dove i più giovani si muovono da anni senza mappe né protezioni.
La scelta di Spagna e Portogallo, dopo quella della Francia, di fissare a 16 anni la “maggiore età digitale” segna un cambio di passo politico e culturale: per la prima volta l’Europa smette di limitarsi alle multe e prova a intervenire sulle regole di accesso ai social. Il bersaglio non sono i TikTok in sé, ma l’idea che l’innovazione possa prosperare senza responsabilità (è lo stesso concetto nel rapporto con l’Ia).
Colpire i dirigenti delle piattaforme, e non solo le aziende, significa dire che gli algoritmi non sono forze naturali ma scelte umane, e quindi giudicabili. Certo, resta il nodo dell’efficacia: la verifica dell’età non può ridursi a una spunta su uno schermo, né il divieto ridursi a ipocrisia tecnologica. Il segnale però è forte e chiaro: la tutela dei minori pesa più della libertà assoluta delle piattaforme. E forse – meglio tardi che mai – l’Ue proverà finalmente a crescere insieme ai suoi figli.
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