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Esteri

Il giallo dopo la tregua: il “nodo Libano”

Il Paese è il vero punto di rottura nello scacchiere di questa tregua "fragile"

di Angelo Vitale -

Un veicolo di Israele al confine con il Libano


Una tregua fragile, un mediatore non proprio inatteso e un’incognita chiamata Libano: un nodo diventato un giallo.

Il cessate il fuoco di 15 giorni tra Stati Uniti, Israele e Iran, mediato dal Pakistan. Tuttavia, quella che doveva essere una distensione globale si è trasformata in un intricato “giallo” diplomatico. Il nodo Libano resta irrisolto, con versioni contrastanti che arrivano da Islamabad e Gerusalemme.

Gli ultimora, due versioni a confronto

Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha annunciato su X che l’accordo copre “ogni fronte, incluso il Libano”. L’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu ha gelato gli entusiasmi con una nota ufficiale. La tregua di due settimane, per Tel Aviv, riguarda esclusivamente il conflitto diretto con l’Iran (legato alla riapertura dello Stretto di Hormuz). E non include le operazioni contro Hezbollah.

Un corto circuito informativo

La posizione del Pakistan. Il Paese agisce come ponte tra Washington e Teheran, spingendo per una “calma totale” per facilitare i negoziati che inizieranno venerdì a Islamabad.

La posizione di Israele. Netanyahu considera il fronte libanese una minaccia esistenziale distinta, riacutizzatasi dopo l’offensiva iniziata il 2 marzo 2026 in risposta ai raid di Hezbollah seguiti all’uccisione della Guida Suprema iraniana Khamenei lo scorso 28 febbraio.

Il “nodo Libano”: perché è così complicato?

Per i think tank internazionali come il Foundation for Defense of Democracies, Fdd e l’istituto Isw, il Libano è il vero punto di rottura per tre ragioni fondamentali.

Pesa il fallimento della Risoluzione 1701. Le analisi estere evidenziano come il cessate il fuoco del novembre 2024 sia ormai carta straccia. Israele accusa l’esercito libanese di non aver disarmato Hezbollah a sud del fiume Litani.

Conta la strategia di “disaccoppiamento”. Israele vuole separare il dossier nucleare – balistico iraniano dalla minaccia di prossimità rappresentata dalle milizie sciite. Accettare una tregua in Libano ora significherebbe, per Israele, permettere a Hezbollah di riorganizzarsi dopo i pesanti colpi subiti a marzo.

L’Iran ha condizionato la tregua a lungo termine alla fine degli attacchi contro Hezbollah. Il Pakistan, in questo contesto, funge da garante per l’Iran, cercando di vendere a Trump un pacchetto “all-inclusive” che però Israele non sembra intenzionato a comprare.

Cosa dicono i media fuori dall’Italia?

Al Jazeera e altri media dell’area sottolineano il successo diplomatico del Pakistan. E descrivono Sharif come l’unico attore capace di far sedere Trump e gli iraniani allo stesso tavolo. Una visione di cauto ottimismo, vedendo nel Libano solo un ultimo scoglio tecnico.

I media Usa esaltano la “diplomazia della forza” di Donald Trump, che ha ottenuto la riapertura di Hormuz, ma rimangono scettici sulla capacità del Libano di autodeterminarsi senza Hezbollah.

Gli analisti dei media esteri specializzati in sicurezza avvertono che, senza un accordo esplicito sul Libano, i raid israeliani continueranno. A rischio la tregua principale tra Usa e Iran prima ancora che i colloqui di Islamabad abbiano inizio.

Cosa succederà nelle prossime 48 ore?

Gli occhi sono puntati su venerdì 11 aprile, data d’inizio dei colloqui diretti a Islamabad. Se Israele continuerà a colpire Beirut o il sud del Libano, la “tregua di Trump” potrebbe durare molto meno dei 15 giorni previsti.

Il Libano resta, dunque, il termometro della stabilità regionale. Un nodo che nessuno, finora, ha avuto il coraggio di sciogliere o tagliare definitivamente.


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