L'eterogenesi dei fini a Bruxelles: per fare la dedollarizzazione, arriva il debito comune?
Tutti insieme (o quasi) per gli eurobond. Ex malo, bonum. O, se preferite, l’eterogenesi dei fini in salsa Ue. Già, perché qui siamo di fronte a un miracolo. Un autentico prodigio. Qualcosa che, solo a parlarne un anno fa, sarebbe valsa un Tso. E invece tutto arriva a chi spera. La speranza è sempre beata ma le vie del Signore sono infinite. È successo che a Bruxelles si stanno mobilitando tanto. E non solo per fare gli eurobond. Ma, addirittura, per renderli “strutturali” nel bilancio dell’Unione. Un miracolo. Chi l’avrebbe mai detto.
Eurobond, l’eterogenesi dei fini Ue
C’è solo da inchinarsi di fronte all’ineffabile. Alla potenza taumaturgica di san Donaldo da New York, protettore dei dazi e delle tariffe doganali. Pur di fargli dispetto, infatti, gli europei hanno cominciato a perseguire la via della dedollarizzazione. Con uno zelo da far invidia ai cinesi che pure percorrono la strada con molta cautela e prudenza. L’Euro si deve rafforzare sui mercati internazionali. E perciò bisogna fare le riforme. Se, ieri, ce lo chiedeva l’Europa, oggi ce lo impone Trump. Anzi, San Donaldo da New York, protettore del debito comune. Autore di una conversione che, da sola, gli varrebbe la canonizzazione. Niente poco di meno che il feroce, ferale, algido e austero Darth Valdis Dombrovskis ha annunciato l’idea di fare gli eurobond e di infilarli in maniera permanente.
La conversione di Darth Valdis
Chiaramente, non se ne parlerà prima del 2028. Per carità, ci vuol tempo. Certo, Darth Valdis è ancora a disagio a parlare di eurobond. Preferisce il lessico Ikea tipico dell’Ue: la cassetta degli attrezzi di Next Generation Eu e Safe. Tanti provvedimenti straordinari che son destinati a diventare ordinari. All’italiana, si direbbe. No, alla lituana. Già, perché tutto questo non andrà fatto per sostenere l’esangue produttività europea, né per dare una mano all’industria che boccheggia. No. Si dovrà fare per “rendere l’euro più attrattivo a livello mondiale”. E senza un apparato pesante e potente di simil-Treasury americani, la moneta comunitaria non potrà mai ambire a scalzare il dollaro nella classifica delle valute globali di riserva.
Berlino dice ancora nein
Ex malo, bonum. Ammesso, e non concesso, che la Germania dira di sì. Perché Berlino sarà pure in riserva di ossigeno, dentro fino alle ginocchia alla stagnazione (se non addirittura recessione), ma di sottoscrivere (ancora) eurobond non ne vuole minimamente sapere. Perché i tedeschi dovrebbero indebitarsi a condizioni peggiori pagando, loro, pure le turbolenze della Francia? Per fare un dispetto a Trump, gli sussurrano a Merz. Che, provenendo dal mondo di Goldman Sachs, certe cose le mastica fin troppo. Ma perché, oltre ad accettare di indebitarsi pagando di più rispetto ai rispettatissimi bund, Berlino dovrebbe accettare di veder schizzare alle stelle il valore dell’euro quando l’export tedesco è fermo e l’industria germanica è un calderone che ribolle?
L’Europa delle bastonate
Tutto quello che è scritto nelle note dell’Eurogruppo è finalizzato solo ed esclusivamente a lanciare la corsa globale dell’euro. Titoli e debito comune, l’unione dei capitali e dei risparmi. Ex malo, bonum. L’Unione europea ha scoperto grazie a San Donaldo quello che doveva fare. Ci voleva il suo Ciuffo Arancione per spingere i patinatissimi gialloblù a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Chissà adesso cosa accadrà. Forse nulla, forse tutto.