Il nuovo spirito del tempo: viaggio nel populismo europeo
C’è un momento, all’inizio di ogni dialogo autentico, in cui le parole non sono ancora state pronunciate ma già si intuisce che qualcosa sta per accadere. È un istante sospeso, quasi impercettibile, in cui due intelligenze si riconoscono e si preparano a misurarsi. È ciò che è accaduto quando Camille Chenaux è entrata nella redazione de L’identità per incontrare il direttore Adolfo Spezzaferro.
Quella realizzata non è un’intervista come le altre. È stato un confronto tra due sguardi che, pur partendo da angoli diversi, hanno passato sotto la rispettiva lente di ingrandimento lo stesso paesaggio politico europeo.
Il libro
Chenaux porta con sé un libro che è già diventato un piccolo caso: “Crisi dello Stato-nazione e populismi europei. Il caso di Italia e Germania”. Un saggio che non si limita a descrivere, ma tenta di interpretare. Non si accontenta di registrare i fenomeni, ma prova a coglierne la struttura profonda. E Spezzaferro, che da anni racconta l’Europa con la lucidità di chi non teme di andare controcorrente, lo sa bene.
“Questo libro sembra scritto apposta per l’Europa di oggi”, esordisce il direttore, con un sorriso che è insieme ironico e compiaciuto. “Forse”, aggiunge, “serve una riedizione con un capitolo su Vannacci”. Chenaux ride, ma non smentisce: “La politica corre più veloce dei libri”.
Il dialogo
È l’inizio di un dialogo che attraversa trent’anni di storia europea, dalla caduta del Muro di Berlino alla crisi delle ideologie, dall’ascesa dei populismi alla metamorfosi dell’Unione Europea, fino ai nuovi protagonisti della scena politica italiana.
Il primo nodo che Spezzaferro vuole sciogliere è di tipo semantico. “Populismo” è diventata una parola-contenitore, spesso usata come insulto, come marchio d’infamia, come scorciatoia per evitare di capire un fenomeno complesso. Chenaux lo sa e lo dice con chiarezza: “Il populismo non è una cosa negativa. È un campanello d’allarme”.
Non un rigurgito irrazionale, non un virus sociale, non un pericolo da estirpare. È un sintomo. Un segnale che qualcosa, nel rapporto tra cittadini e istituzioni, si è incrinato. “È solo la voce del popolo”, prosegue la docente atleta, “e cresce quando i partiti non riescono più a fare da mediatori”. Il direttore annuisce: “E infatti pesca nell’astensionismo come nessun altro”.
Chenaux conferma: “AfD in Germania, la Lega salviniana, oggi Vannacci: tutti intercettano chi non votava più. È lì che si misura la crisi dei partiti tradizionali”. Il populismo, dunque, non è un’anomalia: è una risposta. Una reazione a un sistema politico che ha smarrito la capacità di rappresentare perché non sa leggere e recepire le istanze territoriali che provengono dal basso.
Per capire il presente, bisogna tornare al 1989, una data considerata spartiacque. Chenaux lo fa con naturalezza, come se quel passaggio storico fosse ancora vivo. “Con la fine del comunismo”, argomenta l’italo-svizzera, “sono finite anche le grandi ideologie del Novecento. E con esse, la funzione dei partiti come mediatori tra società e istituzioni”. La democrazia cristiana perde la sua ragion d’essere. La sinistra smarrisce il suo orizzonte.
La destra si trasforma. All’Europa, che durante la Guerra Fredda era stata il campo di battaglia simbolico tra due blocchi, viene a mancare la centralità. “L’Occidente non è più il centro del mondo”, osserva Spezzaferro. Chenaux annuisce, ma passa all’attacco: “Eppure Bruxelles continua a ragionare come se lo fosse”. È qui che nasce la frattura decisiva del nostro tempo: quella tra micro e macro.
Cittadino e istituzioni europee
Il direttore porta la conversazione sul terreno più concreto della distanza tra il cittadino e le istituzioni europee. “Oggi l’italiano si sente schiacciato dal macro?”, chiede all’ospite. Camille Chenaux risponde con la precisione, per certi versi chirurgica, di chi ha studiato decenni di trasformazioni: “Il macro – Bruxelles, i mercati, i vincoli – si è allontanato dal micro – lavoro, sicurezza, welfare, quotidianità. E i partiti non hanno più svolto il ruolo di mediatori”. La torre è sempre più distante dalla piazza.
Il cittadino sente parlare di inflazione “sotto controllo”, ma vede i prezzi salire e le sue tasche svuotarsi. Sente parlare di vincoli di bilancio, ma non vede investimenti nel welfare. Sente parlare di Europa, ma la percepisce lontana, astratta, ostile.
“È come se l’Europa fosse diventata una nuova Eurotower d’avorio”, incalza Spezzaferro. Chenaux sorride amaramente: “La Bce ha ragionato per anni come se l’inflazione fosse un problema unico. Ma così ha danneggiato l’eurozona e alimentato lo scetticismo”.
La nuova faglia politica è rappresentata dal sistema contro antisistema. La conversazione si fa più serrata. Spezzaferro osserva che la dicotomia destra-sinistra non basta più. Chenaux concorda: “Oggi convivono due linee di frattura: una nazionale, destra-sinistra, e una sovranazionale, sistema-antisistema”.
È questa seconda frattura a far comprendere anche ai tifosi più ostinati perché M5s e Pd siano incompatibili su Europa e politica estera; perché Lega, Fdi e Fi siedano in tre gruppi europei diversi; perché AfD e Rassemblement National siano simili ma non identici e perché il populismo cresca soprattutto dove i partiti tradizionali si sovrappongono. “Le grandi coalizioni tedesche – osserva Chenaux, riferendosi all’emblematico quadro tedesco – hanno lasciato spazio solo agli estremi. È lì che AfD ha trovato terreno fertile”.
La novità Vannacci
Il nome di Roberto Vannacci, che potrebbe essere centrale in un imminente instant book dell’intervistata, entra nel dibattito come un inevitabile punto di svolta. “Perché cresce così tanto?”, domanda Spezzaferro. Chenaux risponde in maniera secca e sicura: “Perché ha capito il nuovo paradigma. Parla al micro, ai problemi concreti, alla pancia della gente”. Immigrazione, sicurezza, identità: temi che toccano la vita quotidiana. “Non è razzismo”, ci tiene a specificare, “ma una reazione sociale. Il problema è che spesso il dibattito viene strumentalizzato”.
Il direttore ricorda che anche governi di sinistra hanno adottato politiche dure sull’immigrazione. Camille Chenaux conferma: “È un falso mito che solo la destra populista voglia rimpatriare i clandestini. La realtà è più complessa”.
Poi Spezzaferro sposta il dibattito sulla Germania: “AfD è primo partito. Può succedere anche in Italia?”. Su questo punto Chenaux è netta: “No. Il contesto tedesco è diverso. Le grandi coalizioni hanno lasciato spazio solo agli estremi”. In Italia, invece, la frammentazione e la storia politica rendono più difficile un’ascesa simile.
Quando Spezzaferro chiede se Vannacci assomigli più al modello francese o tedesco, Chenaux l’autrice di “Crisi dello Stato-nazione e populismi europei. Il caso di Italia e Germania” dice la sua con finezza: “Più francese. Identitario, sociale, protezionista. AfD è molto più liberista”. Il generale ha nel suo bagaglio temi e approcci tipici della destra sociale, decisamente statalista.
La parte finale del confronto vira sul personale. Spezzaferro ricorda che Chenaux è un’atleta agonista e le chiede se lo sport possa influenzare la leadership politica. Lei sorride, quasi sorpresa dalla domanda, poi ribatte con sincerità: “Lo sport mi ha dato tutto: disciplina, sacrificio, meritocrazia. Sono qualità che servono anche in politica”. E aggiunge una riflessione che colpisce il direttore della nostra testata: “In Italia, per ragioni culturali, lo sport è stato a lungo sottovalutato. Forse è il momento di riscoprirlo”. Anche se alcune iniziative del governo Meloni sono andate in questa direzione, è ancora troppo poco per parlare di una svolta significativa.
Il vivace scambio di idee e di prospettive si chiude con una promessa, quella di una riedizione del libro, forse con un capitolo su Roberto Vannacci, forse con un’analisi del caso Nigel Farage, fondatore e capo di Reform UK. Ma soprattutto con la consapevolezza che il populismo non è un incidente della storia: è la forma politica del nostro tempo.
Spezzaferro stringe la mano alla politologa, soddisfatto.
Chenaux ricambia con un sorriso. Il dibattito è stato intenso, vivace, a tratti provocatorio. Esattamente ciò che L’identità vuole offrire ai suoi lettori. L’intervista integrale di Adolfo Spezzaferro e Camille Chenaux, con tutti i passaggi più significativi del confronto, viene proposta attraverso una serie di video sui canali social della testata per consentire ad un pubblico quanto più ampio possibile di riflettere sui contenuti emersi e formulare una riflessione autonoma, in linea con la vocazione di questo “settidiano-tribuna” che da quattro anni è presente nelle edicole italiane.
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