Il paracadute burocratico e il martirologio fai-da-te
Se il vicedirettore di Report scivola sulle querele mentre fa promozione privata a Rete 4, è grottesco pretendere che il conto degli avvocati lo saldino i contribuenti con il canone
Il pianto greco che in queste ore unisce la Sinistra e il sindacato dei giornalisti Rai sul destino legale di Sigfrido Ranucci segue un copione collaudato, prevedibile e, diciamo, un filo logorante. Il conduttore di Report incappa in una grana giudiziaria e, immediatamente, si alza il sipario sul collaudato teatro del martirologio. Si grida al bavaglio di Stato, alla censura e all’attacco frontale alla libertà di stampa, il tutto condito dal consueto e immancabile sventolio di interrogazioni parlamentari urgenti in Commissione di Vigilanza.
Spese legali di Ranucci: arriva la nota di fuoco da Viale Mazzini
In prima fila a strapparsi le vesti c’è, ovviamente, l’Usigrai. Con un tempismo che sfiora il sublime, il sindacato di Viale Mazzini è accorso a esprimere preoccupazione sul “fatto gravissimo e senza precedenti”, firmando una nota di fuoco per denunciare come l’azienda lasci i suoi cronisti “soli davanti alle querele”. Una vicinanza corporativa che si distingue per una cecità del tutto selettiva rispetto ai fatti.
Poi però si posano i fazzoletti, si leggono le carte con il filtro del sano realismo burocratico, e la gigantesca montagna di retorica si sgonfia con il sibilo di un palloncino bucato.
La Rai ha semplicemente applicato il regolamento. Un concetto che a quanto pare, dalle parti del giornalismo d’assalto e delle tutele sindacali a prescindere, suona strano ed esotico come un dialetto polinesiano. Ricapitoliamo lo sforzo: Ranucci ottiene il permesso di andare ospite a Mediaset, da Bianca Berlinguer su Rete 4, per fare una cosa legittima ma strettamente personale: presentare il suo ultimo libro. Un volume che non è edito da Rai Com e i cui diritti d’autore vanno a rimpinguare il conto corrente privato dello scrittore, non le casse del servizio pubblico.
La querela per il caso Nordio-Cipriani e la richiesta di copertura aziendale
Lì, in quel salotto della concorrenza commerciale e per fini promozionali propri, il giornalista decide di fare il Ranucci oltre l’orario di lavoro, rilanciando la tesi di un presunto retroscena uruguaiano tra il ministro Nordio e Giuseppe Cipriani. Arriva la causa civile da parte del compagno di Nicole Minetti e scatta il magico cortocircuito: il Nostro chiede che le spese legali per difendere le sue esternazioni extra-aziendali vengano saldate da Mamma Rai. Cioè da noi, attraverso il canone in bolletta. E il sindacato gli tiene pure il sacco.
Per l’Usigrai, evidentemente, il tesserino da giornalista Rai funziona come una polizza Kasko universale: ti deve coprire se capita un imprevisto mentre vai in redazione, ma deve coprirti anche se prendi l’auto privata fuori dall’orario di lavoro per svolgere un’attività collaterale.
La Rai non ha rimosso nessuna tutela sulle inchieste trasmesse sui canali pubblici, che restano blindate. Ha solo ricordato che il perimetro aziendale non è un elastico che si tende a seconda della vanità o delle esigenze del conduttore di turno. Chi firma i contratti dei propri libri e ne incassa i proventi, dovrebbe assumersi la responsabilità delle proprie spese legali quando esce dal seminato aziendale. Fare la morale con il portafoglio degli altri è un esercizio fin troppo facile. Persino per il re dei moralizzatori televisivi e per i suoi sostenitori con il distintivo sindacale.
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