L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cronaca

Il Paese sequestrato

di Alberto Filippi -


Mentre l’Italia moriva, qualcuno chiedeva la percentuale. È questo, nella sua brutalità, il quadro che sta emergendo dalle audizioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.

Due imprenditori hanno testimoniato davanti ai commissari descrivendo un presunto sistema costruito attorno agli appalti per la fornitura di mascherine nei mesi più drammatici dell’emergenza sanitaria. Al centro delle deposizioni c’è l’avvocato Luca Di Donna, indicato come vicino allo studio legale del presidente del Consiglio in carica Giuseppe Conte, che si sarebbe proposto come facilitatore con la struttura commissariale di Domenico Arcuri in cambio di una percentuale sugli affari.

I numeri fanno impressione. Secondo la deposizione dell’imprenditore Giovanni Buini, in una riunione del 30 aprile 2020 gli sarebbe stata proposta una “commissione” di sessanta milioni di euro su una fornitura da centosessanta milioni di mascherine. L’imprenditore Dario Bianchi ha invece riferito di una richiesta pari al dieci per cento del fatturato, da lui giudicata abnorme e ingiustificata.

Entrambi dissero no. E dopo quel rifiuto, le loro aziende avrebbero subito una serie di ispezioni, controlli e sequestri.

Buini ha dichiarato senza mezzi termini: quella era palesemente una tangente, non voleva esporsi a un rischio penale. Non basta.

La Commissione ha portato alla luce anche una maxi-commessa da oltre un miliardo di euro per mascherine acquistate da consorzi cinesi poco noti tra marzo e aprile 2020, molte delle quali si sono poi rivelate non conformi agli standard europei e in alcuni casi potenzialmente pericolose per la salute.

Centinaia di milioni di euro di dispositivi presentavano gravi carenze nella filtrazione, affidati senza controlli preventivi adeguati sulla qualità dei fornitori. Medici e infermieri in prima linea, che rischiavano la vita ogni giorno, si proteggevano con carta straccia pagata a peso d’oro.

La domanda che si pone da sé è semplice, e brucia: dov’erano in questi anni i grandi inquisitori del giornalismo italiano?

Dov’erano le prime pagine, i titoli in grassetto, i servizi di punta? Dov’era Sigfrido Ranucci, così instancabile nel setacciare ogni angolo buio del centrodestra, così pronto a trasformare un sospetto in uno scoop e uno scoop in una condanna mediatica? Report non ha trovato il tempo, evidentemente, per occuparsi di tangenti sulle mascherine, di miliardi sperperati, di morti tra le corsie. Troppo impegnato, forse, a custodire la reputazione di chi non si tocca.

Eppure negli stessi anni abbiamo assistito a richieste di dimissioni urlate per una relazione sentimentale ritenuta inopportuna, per una quota societaria, per un mutuo sospetto. Si trattava, quando andava bene, di conflitti di interesse. Qui parliamo di altro.

Parliamo di tangenti mentre la gente moriva intubata. Parliamo di miliardi sperperati in vaccini poi scaduti nei sottoscala degli ospedali. Parliamo di banchi a rotelle e di un paese messo sotto sequestro — sanitario, economico, civile — da chi avrebbe dovuto proteggerlo.

Conte ha negato ogni coinvolgimento. Le indagini giudiziarie fanno il loro corso, o non lo fanno. Ma la Politica — quella con la P maiuscola, quella che risponde ai cittadini e non alle correnti — ha fatto il suo dovere istituendo questa Commissione.

E la verità, deposizione dopo deposizione, sta venendo a galla.
Un paese che vuole guardarsi allo specchio non può scegliere quali scandali vedere e quali ignorare. Non si può chiedere la testa di un ministro per un fidanzato scomodo e tacere su chi chiedeva percentuali mentre i camion militari portavano via le bare.

Il silenzio, a quel punto, non è più informazione. È complicità.


Torna alle notizie in home