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Esteri

Il Pentagono smentisce Trump e ammette la carenza di munizioni

Il rapporto del Pentagono apre un nuovo fronte politico per l’amministrazione Trump. Al costo economico e ai danni subiti nella guerra contro l'Iran si aggiunge il nodo della capacità Usa di sostenere il conflitto senza compromettere le proprie riserve strategiche

di Lino Sasso -


La guerra contro l’Iran ha intaccato le scorte strategiche di munizioni degli Stati Uniti. A riconoscerlo è ora lo stesso Pentagono che quindi smentisce Trump. La Casa Bianca, infatti, aveva respinto o ridimensionato le indiscrezioni sulle difficoltà dell’apparato militare americano nel sostenere il ritmo delle operazioni. A fotografare la situazione è, invece, un rapporto dell’Ispettore Generale del Pentagono. Secondo il documento la guerra contro Teheran sarebbe costata circa 33,4 miliardi di dollari tra il 28 febbraio e il 30 giugno 2026. La voce più pesante riguarda proprio gli armamenti: 22,3 miliardi sarebbero stati spesi per le munizioni impiegate durante le operazioni. Emerge, dunque, una distanza significativa tra le rassicurazioni pubbliche arrivate nei mesi scorsi dalla Casa Bianca e la valutazione contenuta nei documenti dello stesso apparato della Difesa.

Pentagono: scorte strategiche sotto pressione

Il dossier usa parole nette. Le spese sostenute durante Epic Fury avrebbero provocato “carenze nelle scorte strategiche” e fatto emergere colli di bottiglia nella capacità dell’industria americana di rimpiazzare rapidamente gli armamenti consumati. Un problema particolarmente delicato per gli intercettori utilizzati nella difesa delle basi statunitensi dagli attacchi iraniani. Già a giugno erano emerse indiscrezioni secondo cui Washington fosse stata costretta a razionare l’impiego di alcuni missili. La Casa Bianca aveva però negato difficoltà, mentre Donald Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti disponevano di enormi quantità di munizioni. Una posizione ribadita ancora a settembre. Il rapporto del Pentagono restituisce adesso un quadro differente. Proprio la necessità di preservare le munizioni avrebbe inoltre pesato sulla scelta di Trump di non ordinare nuovi attacchi su larga scala contro l’Iran durante l’estate.

I danni degli attacchi iraniani alle basi Usa

Il bilancio riguarda anche le conseguenze delle rappresaglie di Teheran. Nonostante il massiccio utilizzo di sistemi di intercettazione, gli attacchi iraniani avrebbero danneggiato o distrutto centinaia di infrastrutture militari americane in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania. Pesanti anche le perdite subite dalla componente aerea. Il rapporto indica quattro F-15 distrutti, un F-35 danneggiato, sette aerocisterne KC-135 danneggiate o distrutte e fino a 30 droni MQ-9 Reaper perduti. Le rappresaglie dell’Iran e dei suoi alleati avrebbero inoltre colpito strutture diplomatiche statunitensi in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La dimensione dell’impegno americano emerge anche dal numero di uomini coinvolti. Secondo il documento, sono oltre 50 mila i militari statunitensi impegnati nella Guerra contro l’Iran.


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