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Editoriale

Il principale ostacolo alla pace in Medioriente si chiama Netanyahu

di Adolfo Spezzaferro -


I possibili negoziati tra Iran e Usa, sempre se dovesse essere ripristinata la tregua – mentre vi scriviamo lo Stretto di Hormuz è ancora chiuso a seguito dei bombardamenti di Israele su Beirut – sono uno spiraglio di pace per il Medioriente, ma il quadro generale desta grande preoccupazione. L’impressione – condivisa non soltanto da analisti e addetti ai lavori ma anche da chi semplicemente sta seguendo la crisi nella regione – è che alcuni fattori oggettivi, reali impediscano il raggiungimento di una pace duratura, a partire dalla condotta di Israele.

Tutti puntano il dito contro il presidente Usa Trump, condannandolo per essersi fatto trascinare nella guerra all’Iran dal premier israeliano Netanyahu, ma chi ostacola il processo di pace è proprio quest’ultimo. Ci sono alcuni elementi che ci aiutano a capire meglio il quadro: Israele è escluso dai negoziati con l’Iran perché se potesse decidere Bibi, continuerebbe la guerra con Teheran a oltranza; Trump al contrario ha bisogno di chiudere un accordo in fretta, perché tra meno di venti giorni dovrà chiedere il permesso al Congresso per proseguire la guerra; in tutto questo poi come non prendere in considerazione il fatto che le udienze per tre casi di corruzione riguardanti Netanyahu, messe in pausa per via della guerra con l’Iran, riprenderanno a breve, come ha riferito il Tribunale distrettuale di Gerusalemme.

Delle due l’una, quindi: o Trump si imporrà su Netanyahu e la tregua riprenderà e così potranno iniziare i negoziati con l’Iran, oppure Israele continuerà la guerra contro Hezbollah in Libano, con il rischio che Teheran riapra il conflitto. In ogni caso, la pace nella regione, se raggiunta, sarà perennemente in bilico, perché Israele vuole azzerare le capacità offensive dell’Iran. Ma per farlo ha bisogno degli Usa.


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