Un esito che spazza via la possibilità di migliorare la giustizia
L’esito è stato chiaro, netto. Tanto più per l’ampia partecipazione che ha portato al risultato del referendum sulla riforma della giustizia rispetto a tanti altri. Compreso quello sul taglio dei parlamentari, sentitissimo in un’epoca in cui il populismo dilagava ancor più che adesso. La separazione delle carriere “non s’ha da fare, né domani, né mai”. Su questo ci sono pochi dubbi. Perché se il voto apre a una serie di scenari incerti, quel che proprio non è in discussione è che si possa rimettere mano nel volgere di poco a una nuova riorganizzazione della giustizia. Al di là di quanto sostiene qualche esponente di governo, questa possibilità non è più sul tavolo. Si è persa un’occasione storica che difficilmente si ripresenterà. Per molti versi, si è probabilmente sprecata un’opportunità irripetibile. Anche qualora presente nel programma di qualche partito o coalizione sarà destinata a rimanere lettera morta ancora a lungo.
Vincono i Cavalieri della Costituzione
Il dato, infatti, è che a vincere è stata la resistenza al cambiamento. Ma anche la narrazione – fasulla – di un governo pronto a fare man bassa della magistratura, desideroso di “levarsela di torno”. Come ha improvvidamente sostenuto pubblicamente qualche esponente del Sì senza fare un buon servizio alla causa della riforma. E a fare la differenza, anche considerata l’alta affluenza, è stato il partito dei ‘Cavalieri della Costituzione’. Ovvero, quanti sono convinti che la Carta debba restare immacolata, continuare a esistere così com’è nata. Al di là del trascorrere degli anni, in barba a ogni necessità di modernizzazione, di aggiornamento. Come se fosse un reperto archeologico da mettere sottochiave nella teca di un museo, trincerato dietro la scritta “guardare ma non toccare” a caratteri cubitali.
L’impossibilità di riforme condivise
Un’idea che ha mobilitato anche parte di quanti generalmente rinfoltiscono le file dell’astensionismo, ma che dinanzi alla minaccia di vedere intaccato l’equilibrio dei poteri sono andati a votare. Se, alla luce di questo presupposto sbagliato, abbiano più o meno approfondito il contenuto della riforma è tutto da vedere. Sta di fatto che sono andati alle urne per dire la loro. E hanno vinto. Hanno difeso lo status quo nella convinzione – giusta – che la Costituzione vada modificata attraverso un’ampia condivisione politica. Forse hanno sottovalutato che la forte polarizzazione degli ultimi anni non ha favorito questa convergenza. Una responsabilità grave in capo a tutti i principali attori politici, senza distinzione di sorta. Perché non possono essere il pregiudizio e il porsi contro a prescindere ad animare l’azione di chi ha la responsabilità di rappresentare le istituzioni. A qualsiasi titolo e a qualsivoglia livello. Sia nel perimetro della maggioranza che dalle parti dell’opposizione.
Il risultato del referendum sulla riforma della giustizia e il fallimento della politica
Eppure, questa è la realtà e con essa si devono fare i conti. E pensare che oggi come oggi in Italia si possa portare a casa una qualsiasi riforma condivisa trasversalmente non equivale a sognare, ma a essere sprovveduti. Proprio come dimostra l’esito referendario, viviamo una stagione che non consente alcun cambiamento profondo. Un’epoca nella quale i partiti non si rispettano e non possono, pertanto, essere rispettati dagli elettori quando la politica chiama. Se non quando devono esprimersi contro di essa.
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