L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Giustizia

Intervista a Francesco Petrelli sul Sì delle Camere Penali alla riforma della giustizia

di Giuseppe Ariola -


“La scelta di istituire un comitato per il Sì è l’esito di un percorso naturale perché L’Unione delle Camere Penali coltiva questa riforma da oltre un trentennio, giungendo poi nel 2017 anche a raccogliere 72 mila firme per una sua proposta di riforma costituzionale della giustizia di iniziativa popolare. Possiamo dire, con un certo orgoglio, che quella riforma depositata in Parlamento è stata poi l’impronta genetica della riforma Nordio”. Non nasconde una certa soddisfazione l’avvocato Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere Penali e alla guida del comitato referendario dei penalisti per il Sì alla riforma della giustizia.

Cosa prevedeva quella proposta?

“Avevamo già immaginato il sistema dei due Consigli Superiori della magistratura, il Csm dei pubblici ministeri e Csm dei giudici. Entrambi presieduti dal Capo dello Stato quale massima garanzia di autonomia e di indipendenza”.

Si può dire che il comitato per il Sì al referendum parte da lontano.

“Anche nel 2017, al fine di raccogliere quelle firme, fondammo un comitato. Scendemmo nelle strade, uscimmo dai nostri studi e facemmo una straordinaria esperienza parlando con i cittadini, spiegando il significato di quella riforma. Un nuovo comitato per il sì è l’evoluzione di quella scelta. La nostra idea è proprio quella di uscire ancora una volta dai nostri studi per fornire ai cittadini tutte quelle informazioni che una campagna referendaria, purtroppo molto conflittuale e polarizzata, potrebbe far passare in secondo piano. Vogliamo far comprendere che non si tratta di una contesa partitica, nè di uno scontro tra maggioranza e opposizione e tanto meno di un conflitto tra avvocatura e magistratura. Far comprendere che si tratta di una riforma trasversale, pensata per una giustizia migliore, negli interessi del Paese, è il compito del nostro comitato”.

Eppure c’è la tendenza a politicizzare il referendum.

“La polarizzazione dello scontro è un danno per la politica del paese. Perché il tifo da stadio non aiuta a far crescere la consapevolezza di certe scelte importanti come sono quelle che riguardano la giustizia penale. Se si riesce a rompere questo accerchiamento, allora si riesce a fare della buona informazione, soprattutto smentendo alcune parole d’ordine che circolano nel fronte del No. La prima è quella relativa ai destini del pubblico ministero, su cui si sentono versioni diametralmente opposte all’interno dello stesso fronte. Da un lato abbiamo il dottor Gratteri che dice che questa riforma trasformerà il pubblico ministero in un sonnolento burocrate e che le procure saranno indebolite. Dall’altra parte c’è il presidente dell’Anm, il dottor Parodi, che dice esattamente il contrario, cioè che questa riforma trasformerà il pubblico ministero in un super poliziotto che coltiverà soltanto finalità contrarie agli interessi della giustizia”.

Questo significa che?

“Quando di una stessa norma si danno delle interpretazioni così divergenti vuol dire che si tratta di opinioni che sono evidentemente fondate su di una avversione di tipo ideologico e non, invece, come dovrebbe essere, su un’analisi tecnica del testo”.

Lei cosa ne pensa?

“Che è falso che questa riforma serva a indebolire i giudici e i pm o a renderli dipendenti dalla politica. Si tratta di una affermazione così priva di fondamento che per smentirla basta leggere il quesito approvato dalla Corte di Cassazione. All’articolo 3 del testo si dice che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composto da magistrati di carriera giudicante e di carriera requirente. Più chiaro di così un testo della Costituzione non potrebbe essere”.

Questa riforma non va nella direzione già prevista dalla Costituzione in merito alla terzietà del giudice oltre che in scia con quanto sancito dal Codice Vassalli?

“E’ riconosciuto da tutti i costituzionalisti ed i processualisti che esiste inevitabilmente un nesso tra il tipo di governo, di organizzazione della magistratura e il modello processuale di un Paese. Per essere franco, è per questo motivo che sono sorpreso dal fatto che la magistratura e parte importante della sinistra difendano un ordinamento che abbiamo ereditato dal fascismo. Perché fu l’ordinamento giudiziario del Guardasigilli Grandi del 1941 a volere l’ ‘unità spirituale della magistratura’. Un modello, però, compatibile con lo Stato autoritario del ventennio, e con un codice inquisitorio, ma non con la Costituzione Repubblicana. Poi, con il Codice Vassalli il Paese ha fatto una scelta fondamentale, voltando pagina rispetto al modello autoritario e antidemocratico del processo inquisitorio, e adottando un codice accusatorio. Successivamente, con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione, è stato affermato il principio della parità delle parti davanti al giudice terzo”.

C’è chi – anche qualche comitato per il No – sostiene che la riforma della giustizia sia punitiva nei confronti dei magistrati.

“La riforma tende solo a realizzare una giustizia più equilibrata e più trasparente attraverso la netta distinzione tra giudice e pm, una distinzione di cui il cittadino evidentemente oggi non può beneficiare sapendo che chi è arbitro della sua libertà condivide con il suo accusatore un’unica organizzazione, progressioni di carriera e disciplina. La riforma opera un riequilibrio che non ha nulla di punitivo nei confronti della magistratura, anzi tende a legittimare la magistratura rendendola più forte, più indipendente e soprattutto più autorevole”.


Torna alle notizie in home