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Meno treni nei porti, più camion sulle strade

Nel 2025 il traffico ferroviario merci generato dagli scali marittimi è sceso del 2,5% su base annua

di Dave Hill Cirio -

Il porto di Trieste


C’è un indicatore che racconta subito lo stato di salute della logistica italiana: quanti treni merci entrano ed escono dai porti: così, più camion sulle strade. Il traffico merci ferroviario dai porti è in calo strutturale. Non una flessione passeggera ma una tendenza preoccupante. Nel 2025 il traffico ferroviario merci generato dai porti italiani è sceso del 2,5% su base annua.

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Pochi treni nei porti

Il dato più pesante, quello di prospettiva. Rispetto al 2021 il calo supera il -5,3%. Non un rimbalzo congiunturale ma un arretramento strutturale. E il problema non riguarda solo i porti. Nello stesso periodo l’intero traffico ferroviario merci sulla rete nazionale è diminuito dell’8,4%, con un ulteriore -3,5% registrato solo nell’ultimo anno.

I porti non sono un’eccezione: sono lo specchio di una difficoltà più ampia del sistema ferroviario merci italiano. Insomma, i porti tengono, la ferrovia arretra. Gli scali italiani continuano a essere snodi strategici nel Mediterraneo. Le navi arrivano, le banchine lavorano, i container si muovono. Ma sempre meno di queste merci proseguono il viaggio su treno. La catena si spezza proprio nel punto decisivo: il collegamento porto-entroterra.

Più camion sulle strade

Se una quota crescente di merci lascia i porti su camion invece che su ferrovia, le conseguenze sono immediate. Più tir su autostrade e tangenziali, più congestione nei nodi urbani, più emissioni, costi logistici più alti per le imprese. Così si indebolisce la competitività del Paese. Un problema di sistema. Per cominciare, una rete ferroviaria sotto pressione. Negli ultimi anni, attraversata da cantieri estesi. Interventi necessari ma che hanno ridotto la capacità disponibile per i treni merci, soprattutto nei nodi più critici.

Il costo della logistica che frena

Il risultato, un servizio meno regolare. E nella logistica l’incertezza si paga: l’operatore sceglie il camion. Poi, l’ultimo miglio portuale. In molti scali il collegamento ferroviario tra terminal e rete nazionale, un collo di bottiglia. Manovre complesse, tempi lunghi, spazi limitati.

La nave è veloce, il treno rallenta prima ancora di partire. Ancora, un equilibrio economico fragile. Il trasporto ferroviario merci vive di margini ridotti. Se aumentano costi operativi e incertezza infrastrutturale, alcune relazioni diventano antieconomiche.

Si tagliano le corse, il traffico scende: un circolo vizioso. Il risultato: l’Italia sempre più “su gomma”. Mentre l’Europa spinge per spostare merci dalla strada alla rotaia, in Italia accade il contrario. Nei dati, un sistema che arretra proprio sul segmento che dovrebbe crescere.

Meno ferro significa una logistica più esposta a traffico e incidenti stradali, maggiore dipendenza energetica, minore attrattività per investimenti industriali che richiedono collegamenti ferroviari stabili.

Scali a rischio

Un problema strategico. Il calo del traffico ferroviario merci portuale, non una questione per addetti ai lavori. I porti moderni sono hub intermodali collegati ai corridoi europei. Se il ferro si indebolisce, gli scali italiani rischiano di diventare terminal locali invece che porte d’ingresso continentali.

Ecco perché il dato del -5,3% dal 2021 non è una statistica neutra. È il segnale che il modello logistico italiano sta perdendo quota proprio dove dovrebbe investire di più.


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