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Giustizia

Il SÌ dei cattolici per restituire dignità alla Giustizia

di Anna Tortora -

VOTAZIONI REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA ©imagoeconomica


Referendum: perché per i cattolici votare SÌ è una scelta di responsabilità, fedeltà alla Costituzione e impegno per il Bene Comune

In vista dell’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, il mondo cattolico è chiamato a una riflessione che supera gli schieramenti partitici per toccare il cuore della nostra convivenza civile. Sostenere le ragioni del SÌ alla riforma della giustizia non è una scelta di parte, ma un impegno per il Bene Comune, radicato tanto nella nostra Carta Fondamentale quanto nella Dottrina Sociale della Chiesa.

La Giustizia come servizio alla Verità

Per un cattolico, la giustizia non è un apparato di potere, ma un servizio alla Verità e alla dignità della persona. Questa visione trasforma il processo da mero scontro burocratico a ricerca dell’equità. La riflessione ecclesiale sulla modernità ha sempre guardato alla distinzione delle funzioni come a una garanzia di libertà: già nella Rerum Novarum, Leone XIII indicava nella retta ordinazione dei poteri un argine necessario contro l’arbitrio, ponendo le basi per quel pluralismo istituzionale che protegge il cittadino. Successivamente, San Giovanni XXIII nella Pacem in Terris chiariva che l’ordinamento giuridico deve rispecchiare l’ordine morale, dove ogni istituzione ha un ruolo definito per servire l’uomo. In quest’ottica, la separazione delle carriere tra chi accusa (il PM) e chi giudica (il Giudice) non “rompe” l’equilibrio costituzionale, ma lo compie. L’Articolo 111 della nostra Costituzione, che esige un giudice “terzo e imparziale”, è la traduzione laica di questo principio. Votare SÌ significa garantire che il cittadino , specialmente il più fragile, trovi un arbitro realmente equidistante. Assicurando che il potere di chi indaga sia strutturalmente distinto dalla funzione di chi giudica.

Il sì dei cattolici alla riforma “per” la Costituzione, non “contro”

È fondamentale puntualizzare che questa riforma non intacca l’indipendenza della magistratura, ma la purifica da derive autoreferenziali. La Costituzione non ha mai inteso l’autonomia come un privilegio di casta, ma come una libertà funzionale al servizio del popolo. La creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura e di una Corte Disciplinare indipendente non sottomette i magistrati alla politica. Al contrario, libera la funzione giudiziaria dalle logiche di “corrente” che negli ultimi anni ne hanno ferito la credibilità. Il Bene Comune esige istituzioni trasparenti: chi esercita il potere di decidere della libertà altrui deve rispondere delle proprie condotte davanti a un organo terzo. Questo equilibrio è l’unico modo per onorare il dettato costituzionale che vuole la giustizia amministrata “in nome del popolo”.

Il coraggio del rinnovamento cristiano

I padri costituenti cattolici ci hanno insegnato che le istituzioni sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le istituzioni. Difendere lo status quo quando esso non risponde più alle esigenze di equità e rapidità chieste dai cittadini non è un atto di fedeltà alla Carta, ma un’omissione di soccorso civile. Votare SÌ a marzo 2026 è, in definitiva, un gesto di speranza e di carità politica. È la scelta di chi crede che la democrazia italiana sia matura per compiere pienamente il proprio disegno originale, rendendo la giustizia un’esperienza quotidiana di rispetto, verità e dignità. Partecipare al voto e sostenere il cambiamento significa costruire una comunità dove la legge è davvero uguale per tutti e il Bene Comune torna a essere il faro della nostra convivenza.


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