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Esteri

La filantropia di Zuckerberg scivola sul tappeto di selfie della presunta vittima dei social

di Cinzia Rolli -


Il 18 e 19 febbraio 2026, Mark Zuckerberg ha reso una testimonianza storica presso la Superior Court di Los Angeles. Si tratta del primo processo civile davanti a una giuria che vede il CEO di Meta imputato per aver deliberatamente progettato algoritmi che creano dipendenza e danneggiano la salute mentale dei minori.

Come le grandi compagnie del tabacco e gli accordi nazionali sugli oppioidi questi casi sono destinati a segnare una svolta epocale nella storia sociale e costituiscono i cosiddetti “precedenti”.

L’avvocato dell’accusa, Mark Lanier, ha fatto subito leva, per introdurre la sua assistita, sulla condizione in cui si trovano le persone vulnerabili, dicendo che ci si può avvicinare a loro in diversi modi: aiutandole, ignorandole o approfittando di loro.

Al centro del caso c’è infatti una giovane donna californiana di diciannove anni identificata nei documenti giudiziari con le iniziali “K.G.M.” o “Keley G.M.” che accusa i giganti tecnologici di sviluppare prodotti in grado di modellare il cervello dei giovani, creando loro dipendenze e a volte anche malattie mentali.

La ragazza sostiene che l’uso prolungato delle piattaforme digitali le ha causato ansia grave, depressione, dismorfismo corporeo e pensieri suicidi.

Zuckerberg viene accusato di aver ignorato gli avvisi dei propri team di sicurezza e di aver mentito al Congresso nel 2024 sugli obiettivi di “massimizzazione del tempo speso” sulle app da parte dei clienti.

Nell’aula, gremita di avvocati, media e genitori che attribuiscono le morti dei propri figli ai software di Meta, le domande dell’accusa hanno risuonato più delle risposte del fondatore del colosso social.

Il CEO ha dovuto replicare a quesiti relativi alla previsione di sistemi per la restrizione di età per l’uso dei canali digitali e all’utilizzo da parte dell’azienda di tecniche per aumentare il tempo speso dagli utenti sui canali di interazione.

Le istanze si sono concentrate più precisamente sul presunto design “addictive” delle piattaforme, sull’uso di filtri di bellezza e sulla tutela degli utenti più giovani.

Durante la sua testimonianza Mark Zuckerberg ha risposto in maniera precisa definendo la sua preparazione con i legali un atto di “rispetto per la Corte e per la gravità delle accuse”, non un addestramento a recitare in aula.

Zuckerberg ha difeso le pratiche di Meta, affermando che l’obiettivo è offrire valore a lungo termine e che l’azienda affronta sfide nella verifica dell’età degli utilizzatori delle piattaforme ogni giorno. Tale responsabilità deve però ricadere sui produttori di dispositivi.

L’avvocato dell’accusa ha paragonato le funzioni di scroll infinito e notifiche push a un “casinò digitale” progettato per agganciare i giovani.

Ha presentato una vera e propria cascata di documenti tra cui diapositive, rapporti ed e-mail interne dove gli addetti di Meta ammetterebbero che l’algoritmo è realizzato per aumentare il coinvolgimento degli utenti senza alcun principio volto a tutelare adolescenti e bambini al di sotto dei tredici anni d’età.

Mark Zuckerberg ha negato che i social siano progettati per creare dipendenza clinica, definendoli invece un servizio “coinvolgente” e di valore. Ha quindi citato un rapporto della National Academy of Sciences che non ha trovato prove a sostegno di un nesso di causalità tra l’uso dei social media e gli effetti negativi sulla salute mentale dei ragazzi.

Precedentemente aveva testimoniato a favore dell’accusa la psichiatra di Stenford, Dr.ssa Anna Lembke, che, al contrario, ha riportato un aumento severo dei casi di dipendenza dai servizi di rete tra i giovani fruitori, illustrando anche i modi in cui le funzionalità delle applicazioni sono progettate per sfruttare le vulnerabilità nei loro cervelli in via di sviluppo.

L’ex studente di Harward ha aggiunto al riguardo: “Penso che in generale ci sia un numero significativo di persone che mentono sulla loro età per poter utilizzare i servizi” e questo non può essere imputato a tecniche informatiche fuorvianti.

Il magnate dei social media ha respinto poi al mittente le accuse sull’aumento di funzionalità volte a far rimanere gli internauti sulle piattaforme più tempo; ciò in base al semplice principio per cui se una cosa piace verrà utilizzata più spesso.

Un’analisi di mercato internazionale risalente al 2018, utilizzata da Meta, rilevava che i preadolescenti hanno la più alta percentuale di fidelizzazione rispetto a qualsiasi altra fascia d’età nel Paese. La presentazione in oggetto suggeriva quindi di provare ad attivare sui social proprio il pubblico dei giovanissimi.

Mark Zuckerberg ha parlato di un malinteso relativamente a questo report che potrebbe riferirsi invece al tentativo di realizzare servizi specifici per navigatori al di sotto dei tredici anni.

L’avvocato Lanier ha incalzato Zuckerberg anche sulla decisione del 2020 di autorizzare filtri che simulano la chirurgia estetica, nonostante la segnalazione da parte di diciotto esperti interni di possibili casi di dismorfismo corporeo negli adolescenti.

Il CEO ha spiegato che Meta ha scelto di permettere agli iscritti di creare e utilizzare filtri ma non ne ha raccomandato la funzionalità. Sono stati invece vietati effetti visivi che imitano o enfatizzano la medicina migliorativa.

Zuckerberg ha ammesso anche di aver inizialmente rimosso i sistemi artificiali per creare bellezza, per poi ripristinarli con lo scopo di rimanere competitivo con TikTok.

Uno dei momenti più forti del processo è stato quando Lanier ha srotolato fisicamente davanti alla giuria un collage di foto della presunta vittima lungo oltre 15 metri (alcune cronache parlano di “un tappeto di immagini”) che copriva gran parte dell’aula.

Il collage conteneva centinaia di selfie e post pubblicati da Kaley tra i 9 e i 15 anni. L’avvocato dell’accusa ha sottolineato che la bambina modificava i suoi tratti e pubblicava foto in maniera ossessiva ogni giorno per ore.

E ha poi chiesto al CEO: “I vostri sistemi hanno mai inviato un avviso ai genitori o hanno semplicemente continuato a mandare alla ragazza notifiche per tenerla incollata allo schermo?”.

Zuckerberg, visibilmente a disagio, ha mantenuto però la calma sfoderando una linea di difesa tecnica.

Ha ribadito che Meta offre strumenti di parental control, ma che spetta alle famiglie monitorare l’uso dei dispositivi.

Ha sostenuto che molti filtri sono “creativi e artistici” e che la percezione di essi è soggettiva.

Ha definito la situazione di Kaley tragica ma da inserire in un problema più ampio di salute mentale giovanile che, a suo dire, esisteva già prima dei social.

Lanier ha quindi interrogato Mark Zuckerberg sulla sua enorme ricchezza e su come i profitti di Meta (spesso derivanti dal tempo trascorso dagli utenti sulle app) influenzino le sue decisioni. Il CEO ha ribadito di aver promesso di donare quasi tutta la sua ricchezza e di devolvere già miliardi alla ricerca scientifica. Più vale l’azienda più si può aiutare la società.

L’avvocato gli ha chiesto poi esplicitamente se esiste la possibilità di destinare parte dei suoi miliardi per creare un fondo di aiuto o risarcimento per le vittime danneggiate dalle piattaforme.  

Zuckerberg ha evitato una risposta diretta sull’istituzione di un accantonamento specifico per i soggetti lesi, dichiarando: “Dissento dalla caratterizzazione della sua domanda”.

La testimonianza del fondatore di Meta ha confermato che l’era dell’autoregolamentazione per i giganti del tech è finita. Los Angeles potrebbe essere il punto di non ritorno.

Bisogna decidere se un mondo perennemente connesso vale la salute mentale delle nuove generazioni.


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