Al lavoro per 11 ore al giorno, 3 euro a consegna. Ora rischiano tutti, l'indagine si può allargare
Altro giro, altra inchiesta: nel mirino dei Pm di Milano, stavolta, finisce Deliveroo. Ma l’indagine si allarga. I carabinieri, infatti, si sono presentati alle sedi di altre aziende che si avvalevano dei servizi della società britannica. Grandi nomi, anzi grandissimi: colossi del fast food come McDonald’s, Burger King, Kfc e House of Pokw. Giganti della grande distribuzione, come Carrefour, Esselunga e Crai. I militari hanno chiesto di mostrare le carte sui controlli della qualità e della filiera, gli organigrammi aziendali, i modelli per la gestione delle segnalazioni interne del whistleblowing, gli esiti degli audit. La magistratura vuole verificare se, ed eventualmente in quale misura, le aziende partner di Deliveroo (e delle altre piattaforme di consegna come Glovo, già finite sotto indagine) siano state a conoscenza delle condizioni di lavoro imposte ai rider.
L’inchiesta su Deliveroo: ecco quanto “guadagnavano” i rider
Dall’inchiesta emergono testimonianze che, nei numeri, restituiscono il senso delle parole scritte dal pubblico ministero Paolo Storari nella richiesta del provvedimento che ha portato al controllo giudiziario disposto dal giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi: “La dignità dei lavoratori deboli non può essere affidata al mercato”. Soprattutto se, per ramazzare (nel migliore dei casi) poco più di 1.200 euro al mese, i rider erano costretti a percorrere tra i 50 e i 150 chilometri al giorno. La piattaforma, a quanto sarebbe emerso dai controlli dei pm milanesi, riconosceva un compenso medio stimato in circa 3,5 euro a consegna. Che poteva salire fino a 4,50 in caso di delivery oltre i cinque chilometri. La media mensile dei guadagni sarebbe stata oscillante tra i 500 e i 700 euro al mese. Chi, invece, voleva guadagnare di più era costretto a sobbarcarsi orari a dir poco impossibili.
“Undici ore al giorno per 1.200 euro”
Come era accaduto a un rider nigeriano. Che lavorava sette giorni su sette, undici ore filate, attaccando alle undici del mattino e sloggandosi dalla piattaforma solo alle 22, percorrendo fino a 150 km al giorno, in pratica una tappa del Giro d’Italia. E tutto questo per guadagnare 1.200 euro, da suddividere equamente: 650 euro per pagarsi le spese personali, altri 600 da girare ai familiari rimasti in Africa. Numeri che fanno a pugni con altri dati. Quelli relativi al giro d’affari che in Italia avrebbe Deliveroo e stimato in circa 240 milioni di euro. E che avrebbe corrisposto ai suoi collaboratori cifre mediamente inferiori alla soglia di povertà fino al 90%. Dall’inchiesta su Deliveroo è emerso inoltre che il 73% dei lavoratori percepiva cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese e che risultano sottopagati, rispetto ai contratti collettivi nazionali, quasi 9 rider su dieci. Per la precisione si tratta dell’86,5% di quelli in servizio a Deliveroo. Un segnale, l’ennesimo, che la contrattazione c’è e che viene elusa. E se vengono elusi i contratti nazionali, non sarà certo il salario minimo a salvare una situazione che è strutturale, un modello vero e proprio. Da superare, assolutamente.
Il trucchetto delle partite Iva
Così come è accaduto per Glovo, anche le testimonianze su Deliveroo restituiscono un quadro a dir poco inquietante. Da parte sua, Deliveroo non ingaggiava nessuno: erano tutte partite Iva, forfettarie per giunte. Ovviamente nessuno di loro poteva decidere quanto pretendere dal “committente”. Che, anzi, valutava il comportamento del rider, segnandosi tutti i “rifiuti” in modo da valutare se e cosa riaffidare. Ma non è tutto: come un’app di fitness, Deliveroo avrebbe tracciato tutte le consegne e valutato. Insomma, altro che “libera professione”, la piattaforma decideva (e valutava) tutto. Era, dunque, secondo le accuse un vero e proprio lavoro subordinato. Anche per questo, dunque, è scattata la misura del controllo giudiziario. E l’accusa di caporalato aggravato per Andrea Zocchi, 65 anni, amministratore unico della divisione italiana di Deliveroo che, a sua volta, è controllata da Roofoods Ltd, società registrata nel Regno Unito.
Rischiano tutti
La società dovrà adesso regolarizzare la posizione di ben 20mila rider. Tremila dei quali solo a Milano. Adesso, però, l’indagine va avanti. E bisogna capire, una volta e per tutte, se le aziende che si servivano di Deliveroo erano a conoscenza della situazione. In tal caso, potrebbero scattare conseguenze anche per loro. Sulla scorta, per intenderci, di quelle che hanno riguardato fin troppi brand dell’alta moda italiana a causa dei fenomeni di caporalato diffuso lungo alcune loro filiere.